Sotto la pioggia battente varca i tre portoni blindati d’ingresso. Filo spinato, inferriate, chiavistelli, piazzali dove le mura lasciano scorgere solo il cielo e le torrette di avvistamento danno il benvenuto al cardinale Matteo Zuppi mentre entra nel campo “Zakhid-1”. È uno dei cinque in tutta l’Ucraina dove sono “custoditi” i prigionieri di guerra che hanno combattuto nell’esercito russo. Visita di quasi tre ore per «portare la vicinanza di Leone XIV» a chi è stato catturato sui campi di battaglia, ripete l’inviato speciale del Papa fra i detenuti all’interno della colonia penale nella regione di Leopoli. E visita per far sapere anche dietro le sbarre che «il Pontefice prega perché la guerra possa finire il prima possibile» e si impegna affinché «tutti voi possiate tornare al più presto a casa». È uno degli ambiti d’azione della diplomazia umanitaria della Santa Sede: favorire gli scambi dei prigionieri fra i due Paesi in guerra. Anche grazie alla missione del cardinale Zuppi voluta da papa Francesco e confermata da Leone XIV che in tre anni ha permesso di creare un canale di dialogo fra Kiev e Mosca attraverso cui sono passati migliaia di nomi di reclusi. Il cardinale Zuppi con l'ambasciatore ucraino preso la Santa Sede Andrii Yurash (a destra) e, dietro, il nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSIMissione che riporta l’arcivescovo di Bologna per la seconda volta in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa, dopo la visita del 2023. Quattro giorni, fra lunedì e giovedì, che lo vedranno da domani essere anche a Kiev ma che iniziano nell’oblast lungo il confine con la Polonia per fare tappa nel complesso detentivo che è stato un carcere sovietico e che adesso accoglie chi ha indossato la divisa di Mosca contro l’Ucraina. Doppio l’intento di Zuppi: abbracciare a nome del Pontefice chi è dietro le sbarre e verificare le condizioni di detenzione. Ragioni di sicurezza non consentono di conoscere il numero esatto dei prigionieri che il campo ospita: fonti di stampa riferiscono che si arriva a cinquecento. Il cardinale ne incontra decine: di molte regioni della Russia ma anche di vari Paesi. E a loro si presenta come «il cardinale Matteo». «Cinquantatré le nazioni che oggi sono rappresentate qui», gli spiegano i responsabili della struttura. A tutti Zuppi porta i doni di Leone XIV.Il cardinale Zuppi dona i regali del Papa a uno dei prigionieri nello spazio di lavoro del campo di detenzione in Ucraina / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSITre doni. Il primo è un portachiavi con lo stemma del Pontefice. «Spero che ci possiate mettere al più presto la chiave della vostra casa», è l’augurio del porporato, dietro cui si rivela l’impegno vaticano per il rimpatrio di soldati e civili di entrambi i Paesi ma anche delle salme dei caduti al fronte e dei bambini che l’Ucraina accusa siano stati portati in Russia. Poi l’immagine di papa Prevost: «Leone XIV mi ha mandato qui per essere voce di speranza in mezzo a voi e per dire che è accanto a tutti quelli che soffrono a causa della guerra». E ancora la riproduzione della Salus Populi Romani, l’icona mariana custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma: «La Madre richiama i parenti che ci attendono a casa e ci ricorda anche che siamo tutti figli dell’unico Dio e apparteniamo alla stessa famiglia umana», sottolinea il presidente della Cei. Poi l’invito a «purificare il cuore dall’odio» perché «la pace comincia anche da noi stessi».Il cardinale Zuppi nella stanza in cui i prigionieri di guerra ricevono il kit di detenzione / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSIIl cardinale percorre l’itinerario che i prigionieri di guerra fanno quando entrano nel fortino a mezz’ora di auto dalla città di Leopoli. Il piazzale dove arrivano i bus che li hanno prelevati a ridosso della linea di combattimento. La stanza in cui vengono «lasciate le mimetiche russe che hanno tenuto addosso per settimane senza mai cambiarle», raccontano a Zuppi. Le docce che «qui non sono angolo di torture o violenze». Gli ambienti dove ricevono la scatola con gli effetti personali, due paia di scarpe e uno di ciabatte, la divisa blu che scandirà i giorni di reclusione e che sarà anche quella con cui tutti si mostrano davanti a Zuppi. Poi il piccolo ospedale interno. «Numerosi detenuti hanno la tubercolosi o problemi articolari per la vita massacrante in trincea. E molti hanno schegge di ordigni nelle braccia o nelle gambe», raccontano medici e infermieri. Nella sala visite l’incontro con i primi tre reclusi: uno della Corea del Nord, gli altri due russi. «Quanti nomi sono passati dalle nostre mani – dirà ai coordinatori del presidio –: sia di ucraini che abbiamo fatto arrivare a Mosca; sia indicati dalla Russia che abbiamo recapitato a Kiev. Non elenchi. Perché dietro ogni nome c’è una persona, con la sua famiglia e con la sua vita».Il cardinale Zuppi dona i regali del Papa a uno dei prigionieri nell'infermeria del campo di detenzione in Ucraina / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSIAd accompagnare il cardinale sono il nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, e l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che commenta: «Siamo una nazione alla ricerca di una pace giusta e duratura, che è sempre pronta ad accogliere chi la aiuta in questo momento estremamente difficile». La talare nera e lo zucchetto rosso di Zuppi si bagnano di pioggia mentre il cardinale passa dai cortili dell’aria dove il temporale non consente adunate. Nelle cucine un nuovo dialogo con i detenuti: tutti russi. «Prepariamo i pasti e il pane per l’intero campo», riferiscono. Nella biblioteca c’è il giovane Kalashnikov. Originario della regione di Donetsk, è ucraino. Mandato a combattere da Mosca dopo che la sua oblast è stata occupata. Ucraino in guerra contro gli ucraini per volontà del Cremlino. «La mia famiglia è fuggita in Ucraina», dice a Zuppi. E subito aggiunge: «Sono qui dentro da tre anni. Una sentenza del tribunale ha stabilito che non sono colpevole. Ma le leggi non consentono che venga rilasciato». Sono 56mila gli arruolati forzati dalla Russia nelle quattro regioni finite sotto il controllo russo.I prigionieri di guerra ricevono dal cardinale Zuppi i doni del Papa nelle cucine del campo di detenzione nella regione di Leopoli / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSINel campo le giornate sono scandite dal lavoro. «Tutto nel rispetto delle convenzioni internazionali», tengono a precisare i vertici della struttura. Zuppi si ferma nell’hangar dove sono costruiti tavoli e sedie. Prigionieri pagati per la loro manodopera, ribadiscono le autorità ucraine che portano il presidente della Cei anche nello spaccio interno dove i detenuti possono fare acquisti. «Spasiba», si sente ripetere mentre parla con loro e ogni volta che consegna i regali del Papa: “grazie” in russo. Ma qualcuno gli grida anche «grazie» in italiano: è un ragazzo cubano arruolato da Mosca che ha avuto «una fidanzata italiana», confida al cardinale. E nella falegnameria trova uno dei più giovani prigionieri: ha 21 anni ed è buriato, ossia della regione russa della Siberia che guarda verso la Cina. «Ho fatto solo la scuola media», sussurra con il volto arrossato. L'ingresso del cardinale Zuppi nel campo di detenzione dei prigionieri dell'esercito russo / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSISecondo il presidente Zelensky, sono 7mila i militari ucraini finiti nelle mani di Mosca e 4mila i soldati russi catturati da Kiev. «Normalmente non si hanno scambi di prigionieri mentre un conflitto è in corso. In questo caso avviene», commenta Zuppi nel “Zakhid-1”. «Ogni vita di un militare russo catturato rappresenta la vita di un soldato ucraino che potrebbe essere salvata in futuro durante la sua prigionia in Russia», è la convinzione del Centro di coordinamento ucraino per i prigionieri di guerra. I 67 scambi compiti in quattro anni hanno permesso di restituire all’Ucraina 7mila persone. Una breccia su cui fa leva la Santa Sede per avvicinare le due capitali e spingere sull’acceleratore dei negoziati ancora in fase di stallo. «C’è bisogno di trattare umanamente i prigionieri: auspico che accada in ogni campo – avverte il cardinale –. Il Papa invita a difendere la dignità umana che la guerra nega di per sé». I prigionieri di guerra stringono le mani a Zuppi nella chiesetta nel campo di detenzione nella regione di Leopoli / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSINella chiesetta a due passi dal cancello principale la preghiera con una ventina di reclusi. In parte cattolici. Perché originari del Perù, della Nigeria, delle Filippine, del Camerun. A testimonianza del ricorso russo ai mercenari che «nel 2026 potranno superare i 18mila», dicono le autorità di Kiev. A Zuppi domandano corone del Rosario e Bibbie da tenere nelle camerate, ma anche chiedono di benedirli. C’è chi si inginocchia davanti a lui. «Ho fatto una sciocchezza: ho firmato un contratto», gli confessa un giovane della Colombia. Contratto che lo ha fatto cadere nella trappola dell’arruolamento. E un ragazzo della Bielorussia gli indica la gamba amputata. «È stata una mina. Però ringrazio il Signore che sono vivo». È il Padre Nostro che conclude la visita. Con un monito di Zuppi: «Bisogna che la guerra finisca». E la risposta dei prigionieri è una soltanto: «Amen».I prigionieri di guerra stringono le mani a Zuppi nella chiesetta nel campo di detenzione nella regione di Leopoli / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI