Un filo rosso lega il mister al neo dt azzurro Paolo Maldini. E dà un senso all'utopia di vederlo Ct della Nazionaledi Tommaso Lorenzinimartedì 14 luglio 20263' di letturaL’idea di vedere Pep Guardiola sulla panchina della Nazionale di calcio appartiene, a prima vista, alla categoria dei sogni proibiti, quelli sudati, da ombrellone. Una tesi condivisibile. Che c’azzecca il mister più rivoluzionario degli ultimi venti anni con lo stantio pallone italico? Come si convince uno abituato alle traboccanti tasche degli sceicchi a lavorare per un movimento che non sa salvare e ammodernare un monumento come il Meazza? Eppure, incastrando i tasselli di uno scenario federale in profonda trasformazione, quel miraggio comincia ad assumere i contorni di un’architettura ambiziosa, al limite dell’utopia, segno che da qualche parte c’è ancora un’Italia che sa sognare, un’Italia che fa perché le era stato detto che era impossibile fare.PAOLINO CATALIZZATORE
Il deus ex machina di questa visione è Paolo Maldini, fresco di nomina a Direttore Tecnico della Federcalcio. Un fuoriclasse del quale il Milan ha ritenuto di potersi disfare come una macchina usata. Ma Paolo rappresenta la credibilità internazionale fatta persona, è icona del calcio perché ama il calcio, trasmette autorevolezza. Aura. L’ha voluto con sé Giovanni Malagò, neo presidente Figc, portatore e garante di una mission manageriale d’alto profilo e forte del prestigio accumulato in anni di vertici sportivi. Uno che sa scegliere gli uomini e le sfide.Se Malagò garantisce la solidità istituzionale e la capacità di attrarre risorse fuori scala, è Maldini il peso specifico deputato a fare la differenza. Anche se Pep non arrivasse, poco importa. Nella depressione mondiale che si è impadronita dell’azzurro, un raggio di luce ci dà la speranza che resti ancora qualcosa di vivo. Certo che dietro quanti tifano per quello che sarebbe il colpo del secolo c’è un filo rosso lungo quindici anni. Tra Guardiola e Maldini non c’è solo stima reciproca da “leggende” ma una sorta di corrispondenza d’amorosi sensi calcistici. Siamo al 24 maggio 2009, il giorno dell’addio al calcio di Paolino a San Siro, sporcato dalla contestazione surreale di una frangia della curva rossonera. Tre giorni dopo, a Roma, Pep conquista la Champions al suo primo anno sulla panchina del Barcellona, battendo lo United.Italia, ecco la “squadra” di Malagò: Maldini no, Mancini bohPrimo ostacolo da superare per Giovanni Malagò, fresco presidente della Federcalcio: il probabile «no, graz...Ancora in campo in mezzo ai festeggiamenti, con un trionfo da metabolizzare, il catalano spiazza tutti dedicando il trionfo proprio a Maldini, esprimendo amarezza per quanto accaduto a Milano. E qualche anno dopo dichiara pubblicamente che lo avrebbe voluto a lavorare al suo fianco al City. Maldini, durante un’intervista a Federico Buffa, ricambia la cortesia con una boutade che sa di presagio: «Magari sarà lui a un giorno lavorare qui in Italia con me». Quel giorno è ora?Chissà, la rosa dei nomi più realistici porta a: Roberto Mancini e Antonio Conte, cavalli di ritorno; Stefano Pioli, sodalizio vincente con Maldini al Milan; Andrea Pirlo, azzurro di lusso ma in panchina per niente; Thiago Motta, progetto di mister interrotto; Didier Deschamps, francese ma con tanto di italiano. Niente rivoluzione culturale, dunque, niente picconata di coraggio che terremoterebbe l’intero Paese.EVOLUZIONE















