È sempre una questione di gusto. E la tv lo sa bene, non solo per la spasmodica ricerca di un gradimento supposto o reale, ma soprattutto perché da tempo prova a trasmettere odori e sapori, con l’ostinata convinzione che chi guarda sia in grado di percepire quello che tutti e cinque i sensi generalmente restituiscono nella vita, quella vera. Poi succede che una serie come “The Bear” (Disney +), che in apparenza si concentra esclusivamente sulla fattura del piatto perfetto nel ristorante che vorrebbe essere perfetto, in realtà riesce con doloroso realismo a trascinarti lontanissimo per poi precipitare dentro lo specchio riflesso delle esistenze comuni. Così, ogni episodio ha una durata differente perché il tempo che scorre e quello percepito non viaggiano sullo stesso binario e ancora una volta ogni secondo conta. I protagonisti – capaci, fragili, traumatizzati, coraggiosi o inetti poco importa – si rimettono a fuoco solo quando la luce si fa omogenea e uniforma le ombre. E quella cucina immacolata in cui ribollono le salse e tutto sembra crollare, esalta come sapori le emozioni supposte che trovano finalmente un punto d’appoggio per non cadere da sole. Una metafora della vita firmata Christopher Storer, in cui le prove di forza solitaria non possono che portare disastri ed è più sano accettare che il traguardo non si taglia solo quando brilla una stella, vera o presunta che sia. Lo chef Carmy, nato nella serie prima che la strana ruota del successo globale rendesse Jeremy Allen White la star che si merita di essere, ci ha messo del tempo ma alla fine, quando si chiude il sipario per lasciare lo spettatore un po’ orfano, impara a diventare «un fottuto essere umano», maschio fragile e fallibile che per salvarsi non può essere solo. Ogni piatto dipende dal gesto di qualcun altro, l'ego rallenta il servizio e la fiducia lo rende possibile. Ed è qui che la serie trova la sua conclusione più autentica, come una sorta di manifesto universale di sopravvivenza collettiva: nel passaggio dall'ossessione individuale alla responsabilità condivisa. La pioggia cade, e ogni goccia che batte su una Chicago chiusa tra le pareti del ristorante ha il rumore dell’ansia, un ticchettio costante che bagna la città, i clienti, i soldi che non ci sono, le speranze che scompaiono, le certezze che si diluiscono nell’andamento imperfetto, come una famiglia con troppi cugini. Ma alla fine è la linea che conta, la preparazione in cui ognuno mette in gioco una parte di sé. Non per forza la migliore, ma sicuramente la più vera. Perché come diceva qualcuno la vita è una brioche. Poi sta a te decidere se gustarla intera o sbriciolarla sopra al gran finale perfetto.
The Bear 5, il sapore intenso dell'ultimo servizio
Il gran finale della serie con Jeremy Allen White su Disney+ passa dall'ossessione individuale alla responsabilità condivisa. E ancora una volta, serve la vita







