Il Festival Internazionale del Film di Karlovy Vary non ha scelto di limitare le proprie ambizioni nel suo «anno speciale». Si è conclusa sabato scorso la 60ª edizione di una rassegna storica, nata ottant’anni fa ma svoltasi per lungo tempo ad anni alterni con quella di Mosca, prima della Rivoluzione di Velluto. Con 22 anteprime mondiali nelle due sezioni principali (Crystal Globe e Proxima), il festival ha seguito ancora una volta percorsi diversi senza temere di snaturarsi: le numerose questioni del cosiddetto «Sud globale», i problemi reali del mondo occidentale, soprattutto quelli familiari, senza dimenticare le cinematografie dell’Europa orientale. Il festival attraversa attualmente una fase di relativa stabilità. I membri del comitato di selezione collaborano da diverse edizioni con Karel Och, direttore artistico della manifestazione dal 2010. A questo gruppo si è aggiunto il programmatore italiano Lorenzo Esposito, al suo secondo anno nel ruolo di Associate Programmer.
È STATA Juliette Binoche, presente alla rassegna per ricevere il Crystal Globe alla carriera, a consegnare il premio per il miglior film a Fruit Gathering, diretto dal regista birmano Aung Phyoe. L’edizione 2025 verrà ricordata da molti per aver dato particolare visibilità al cinema di Myanmar. Prima di questa 60ª edizione, nessun film di finzione birmano era mai stato selezionato in concorso a Karlovy Vary. Fruit Gathering richiama sia il titolo di una raccolta poetica di Tagore sia la raccolta dei mango nell’ «upcountry», un luogo fisico e simbolico per i molti birmani costretti ad abbandonare le campagne devastate dai conflitti e a trasferirsi verso Rangoon, nel sud del Paese. Il film esplora, senza alcun esotismo, il desiderio queer che cresce lentamente e l’intensa amicizia tra San Kyi e Theint. Nella pellicola di Aung Phyoe, le traiettorie dei personaggi sono determinate dai luoghi di lavoro in tutta la loro precarietà: una fabbrica di abbigliamento, una piantagione di gomma,un’altra di plastica e un supermercato.







