Non è semplicemente l’ennesimo rinvio delle decisioni su Israele da parte dell’Ue. C’è anche, e soprattutto, uno scaricabarile a somma zero tra le istituzioni europee. Da un lato l’esecutivo von der Leyen, che non presenta una proposta legislativa perché attende una richiesta da parte del Consiglio Ue. Dall’altro i governi dei 27 – cioè gli stessi membri del Consiglio – che ripetono che spetta alla Commissione avanzare una proposta su cui valutare. E così tutto si ferma per l’ennesima volta.
IL COMMERCIO CON LE COLONIE illegali in Cisgiordania è la nuova frontiera del rimpallo sine die tra i palazzi del potere di Bruxelles. Dall’ultimo Consiglio dei ministri degli Esteri Ue prima della lunga pausa estiva, l’Alta rappresentante Kaja Kallas tira le somme, annunciando che «il maggior sostegno si è registrato sull’ipotesi di vietare il commercio con gli insediamenti illegali». Uno stop totale, quindi, non un semplice intensificarsi dei controlli sui beni provenienti dalla West Bank o l’imposizione di dazi proibitivi. Il punto è che «maggior sostegno» non significa una maggioranza dei paesi. Nella riunione a porte chiuse, i paesi favorevoli al bando sono risultati 11. Tra questi Francia, Spagna, Polonia, Belgio, Paesi Bassi e Irlanda, che detiene anche la presidenza di turno del Consiglio Ue. Otto i contrari e altrettanti quelli che non si sono schierati. Undici su 27 non significa maggioranza assoluta, evidentemente. Ragione per cui Kallas deve ricorrere a un’espressione così poco immediata per interpretare il volere degli Stati.











