Berlino, 13 luglio 2026 – Come si è arrivati alla fine? Per decenni Volkswagen è stata molto più di un costruttore di automobili: simbolo della potenza manifatturiera europea, il marchio tedesco era diventato per milioni di persone l’idea stessa dell’auto accessibile, affidabile e di massa: l’“auto del popolo” per definizione, un nome dal passato ingombrante ma trasformato nel dopoguerra in icona del miracolo economico tedesco. Oggi, però, il colosso di Wolfsburg si trova davanti alla ristrutturazione più difficile della sua storia. La nuova dimensione della crisi arriva direttamente dalle parole dell’amministratore delegato Oliver Blume.
In un’intervista interna diffusa sull’intranet aziendale e ripresa dall’agenzia di stampa tedesca Dpa, il ceo ha indicato per la prima volta la portata potenziale della ristrutturazione: senza una modifica dei costi del lavoro, i tagli potrebbero arrivare a circa 50mila posti nel mondo. Ma la crisi non è certo scoppiata oggi, anzi. Una lunga sequela di trasformazioni, errori strategici e pressioni esterne hanno progressivamente eroso il vantaggio storico del gruppo tedesco. La sfortuna, se vogliamo, ci ha messo del suo, e proprio mentre Volkswagen affrontava la trasformazione più costosa della sua storia: il passaggio dall’auto tradizionale al veicolo elettrico. E se rivolgiamo lo sguardo a Oriente, ci accorgiamo che la sfida è solo che cominciata.
