di
Marco Imarisio
Sinner racconta la finale di Wimbledon vinta contro il miglior Zverev di sempre: «Ora sono in pace con me stesso»
DAL NOSTRO INVIATOLONDRA — Il sole bacia i belli ma anche i campioni. «Quando si è abbassato e la luce è scesa, ho iniziato a leggere meglio il suo servizio, a capire come vedere meglio la palla». Era il tie-break del secondo set, contro un avversario che fino a quel momento aveva messo in campo l’ottantacinque per cento di prime palle a una media di 220 chilometri all’ora. Quattro battute di Zverev, quattro risposte profonde di Jannik. Le partite girano così, all’improvviso, e fino a quel momento era davvero una finale in bilico, di livello altissimo. «Non so spiegarlo bene, è una sensazione da giocatore. Ma da quel momento, più c’era ombra e più riuscivo a leggere dove tirava».
Le seconde volte raramente assumono un significato particolare. Ma questa dovrebbe. Perché contro il miglior Alexander Zverev di sempre, Jannik Sinner ha saputo soffrire e resistere, aggrapparsi a un servizio straordinario che mai l’ha abbandonato. E poi con quelle quattro risposte nel secondo tie-break su altrettante prime battute del tedesco, ha lentamente portato il match dalla sua parte, vincendo il terzo set alla Novak Djokovic, recuperando, obbligando l’avversario a giocare sempre un colpo in più, fino a fargli perdere confidenza e fiducia. Capolavoro.














