Negli ultimi allenamenti la stava allenando più di qualsiasi altro colpo. Aveva la sensazione che la risposta sarebbe stata decisiva e ha avuto ragione: Jannik Sinner ha vinto il suo Wimbledon quando ha cambiato modo di rispondere e quando ha alzato la qualità del primo colpo nei turni di battuta dell’avversario. Il punto di svolta della finale è nel tie–break del secondo set: Zverev è stato perfetto fino a quel momento alla battuta (85% di prime in campo), non ha dato alcuna chance all’altoatesino. All’orizzonte c’è quel tie-break del primo perso senza aver mai inciso in risposta.

Qui Sinner svolta: nel primo punto – su servizio di Zverev – avanza e con coraggio risponde con grande profondità. Zverev sbaglia e Sinner ottiene il primo mini-break. Pugnetto verso l’angolo e cenno d’intesa. Come a dire “ecco, è questa”. Poi due servizi perfetti nel secondo e terzo punto – ma questo non fa più notizia – e un altro mini-break per il 4-0. Ancora con la risposta profonda, ancora con coraggio contro un tennista che fino a quel momento aveva servito in maniera perfetta. Sinner vince quel tie-break per sette punti a due, torna in parità nel conteggio dei set e da lì sale in cattedra.

Zverev è un tennista ormai diverso, non si lascia demoralizzare e continua a servire bene, ma nel terzo set è ancora la risposta a consentire a Sinner di uscire vincitore da un altro parziale complicatissimo ed equilibratissimo. Nel settimo game annulla la prima (e unica) palla break concessa nel match, poi nel gioco seguente se ne procura una lui e l’aggredisce ancora con la risposta profonda. Non potente, ma profonda quanto basta per mettere in difficoltà Zverev. Alla Djokovic, per intenderci. Break nel momento decisivo, proprio quando va a servire per il terzo set. Due ace e una prima vincente, poi un diritto lungolinea: game al servizio vinto senza troppi problemi. Così Sinner ha svoltato un match che sembrava pendere dalla parte di Zverev dopo un set e mezzo.