Franco Taverna illustra le iniziative della comunità. Un convegno e un video del fondatore don Mazzi. Musica, sport e fiducia. Gli educatori in prima linea

Non sono oratori né centri sociali, non case-famiglia né centri diurni, non doposcuola né centri sportivi né scuole di musica né comunità educative, ma allo stesso tempo sono un po’ tutto questo e anche di più: «Per questo li abbiamo chiamati Spazi Terzi. In senso metaforico ma anche fisico, luoghi per chi in una mano ha dodici anni e nell’altra nessun posto dove andare. Luoghi con la possibilità di fare, o meglio imparare a fare, la cosa che per qualsiasi adolescente o preadolescente è più importante di ogni altra: costruire relazioni». La sintesi è di Franco Taverna, vicepresidente di Exodus, a ridosso del convegno «Perdersi e trovarsi a 12 anni. Percorsi, idee, sogni per crescere» aperto da un video in cui il fondatore don Antonio Mazzi ha in pratica affidato ai presenti il suo comandamento per il futuro: appunto «occuparsi sempre più degli adolescenti». Come si fa? «Noi siamo Exodus, l’idea di partenza è quella dell’uscita. Cammino, ma da fare insieme. Non a caso proponiamo da anni l’esperienza della carovana. Il che significa avventura. Ma anche l’adolescenza è una forma di uscita. Da sé e verso l’altro. Ed è questo che bisogna riproporre ai ragazzi, la vita come avventura. Che sia però, contemporaneamente, esperienza educativa. Per questo la figura centrale nei nostri spazi è quella dell’educatore». E chi è l’educatore? «Faccio un passo indietro citando il progetto Selfie presentato da Mino Spreafico e quello chiamato Triadi del Politecnico di Milano. Soprattutto dal primo, un sondaggio fatto su 100 mila giovani in 200 scuole d’Italia, è emerso che le persone di cui gli adolescenti si fidano di più sono gli amici (78%) mentre i prof vengono per ultimi (22%). L’educatore è chi, con una competenza specifica, riesce a stabilire una relazione di fiducia per favorire la nascita di altre relazioni sane». Quanti sono gli Spazi? «In questo momento una decina, da Milano a Monza, da Assisi a Gallarate, da Cassino a Cosenza, il prossimo lo apriremo in ottobre e ancora a Milano in Cascina Molino Torrette». Come arrivano i ragazzi? «Per le vie più diverse, a volte semplicemente seguendo un amico, a volte su indicazione degli assistenti sociali, a volte attraverso i percorsi della giustizia minorile, come periodo di messa alla prova o anche di custodia cautelare. E poi naturalmente c’è il contatto con le scuole, punto-chiave di osservazione non tanto sul tema dell’abbandono quanto sulla cosiddetta dispersione implicita cioè quella di chi - e sono tanti - è ogni giorno al suo posto ma assente». Cosa fanno da voi? «Di tutto. Musica, sport, attività con gli anziani, i laboratori più vari come quello fatto a Monza sul tema della violenza di genere. Ma la questione è il come. Il nostro sco non è essere uno studio di registrazione. La musica come tutto il resto è un punto di partenza per stabilire un contatto, capire come stai e poi lavorarci insieme». Le prossime tappe? «La prima ce l’hanno indicata anche durante il convegno Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo: essere apripista, perché gli spazi diventino un modello per altre realtà del territorio. La seconda è che diventino un servizio istituzionale. Spazi come questi per i giovani devono essere un diritto, non il frutto della buona volontà di qualcuno. In concreto significa istituire convenzioni, con educatori professionali e pagati. Il che non va pensato come un costo, per la collettività, ma come un investimento. E quindi un risparmio sul futuro, come è ovvio: l’adolescente di oggi sarà il cittadino di domani, davvero c’è bisogno di spiegarlo?».