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Gaia Piccardi, inviata a Londra

A Wimbledon oggi Sinner in finale contro Zverev per difendere il titolo. Cahill si è accorto dei suoi errori e lo ha portato sui campi indoor per ritrovare la sincronia: con Djokovic è stato perfetto

DALLA NOSTRA INVIATA LONDRA — La Formula uno lo chiama fine tuning, il ciclismo marginal gain. Sono i dettagli in grado di scavare la differenza: quell’1% di miglioramento incrementale al processo che sa produrre uno scatto della prestazione. Jannik Sinner ne parla spesso, senza mai rivelarli. Ma cosa ci faceva sui campi indoor dell’All England Club mercoledì, 48 ore prima dell’incrocio decisivo con Novak Djokovic in semifinale a Wimbledon? Lavorava sul particolare che gli ha permesso di arrivare in finale in Church Road per il secondo anno consecutivo, 45 giorni dopo il crollo di Parigi.

Indoor, l’All England Club somiglia a tutti gli altri circoli per nobili del pianeta tennis. I colori cambiano drasticamente. Fuori il verde verdissimo; dentro un’infilata di campi blu, inaccessibili agli umani, in un padiglione a sé stante, lontano da Aorangi Park, l’enclave degli allenamenti all’aperto sull’erba sotto l’occhio delle telecamere. È nella privacy del luogo dove Wimbledon si snatura, che Darren Cahill ha dato appuntamento a Jannik il giorno dopo i tre set con Struff nei quarti. Aveva notato, il coach, che gli errori gratuiti di dritto erano ancora in doppia cifra: 14. Non più i 25 con Kecmanovic, ma nemmeno i 9 con Brooksby. La sfida nobile con Djokovic, molto prima di pensare a Sasha Zverev in finale, meritava la ricerca della perfezione. Cahill lo faceva già con Agassi nei primi anni Duemila: una sessione di sani cesti sul veloce, che restituisce un rimbalzo di palla sempre uguale rispetto all’irrequietezza dell’erba, elemento vivo, per mettere a posto il timing del campione.