«Siamo in attesa, vedremo cosa deciderà il Consiglio degli Esteri e quali saranno le reazioni di Israele. Non escludiamo ritorsioni contro il nostro lavoro e persino azioni contro la presenza dell’Ue a Gerusalemme Est e in Cisgiordania». Una fonte europea ieri ci ha riferito dell’attenzione con cui nelle sedi dell’Ue nei Territori palestinesi occupati sarà seguita la riunione prevista domani del Consiglio Affari Esteri, responsabile delle relazioni con il resto del mondo e dell’elaborazione delle politiche esterne dell’Unione. «I rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv sono al punto più basso, la tensione è forte», ha aggiunto la fonte, che ha un’ampia conoscenza della questione. «Tenendo conto che Israele è entrato in campagna elettorale, è sensato immaginare che qualche ministro possa invocare pesanti misure punitive se il Consiglio adotterà provvedimenti seri e concreti contro Israele per le sue politiche verso i palestinesi, e i coloni e gli insediamenti».
Il mese scorso il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha minacciato di interrompere ogni contatto con l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, perché ha paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi a quello del Sudafrica dell’apartheid. Kallas avrebbe tentato, senza successo, di ricucire i rapporti. La mancata estensione del mandato delle missioni dell’Ue nei Territori occupati è un’ipotesi remota ma plausibile nel caso di uno scontro ancora più aperto. Tel Aviv, ha proseguito la fonte, «forse sceglierà di dialogare solo con la Delegazione dell’Unione europea presso lo Stato di Israele. In questo modo colpirebbe a fondo l’Autorità nazionale palestinese, che beneficia ampiamente della cooperazione con l’Ue». Oppure potrebbero arrivare rinnovi sofferti e di breve durata delle autorizzazioni a operare a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. A maggio, ad esempio, è stato concesso un rinnovo di soli tre mesi, fino al 30 settembre, mentre in passato era sempre stato annuale.








