Giovanni Malagò, presidente della Figc, ha mantenuto la parola data: si era impegnato ad annunciare il nuovo direttore tecnico azzurro entro il weekend e puntuale, nella tarda serata di ieri, ha svelato la nomina di Paolo Maldini, da sempre in cima ai suoi desideri, tormentato a lungo da dubbi che testimoniano la serietà della persona - quanti si sarebbero tuffati alla cieca, abbagliati da popolarità e potere? - e anche, soprattutto, la qualità del progetto, visto che dopo le riflessioni l’ex capitano del Milan e della Nazionale ha sciolto le riserve e firmato un contratto quadriennale. Non è casuale, la durata del rapporto: il rilancio azzurro passerà da un Mondiale imprescindibile dopo tre qualificazioni di fila mancate. E Maldini, che sarà anche presidente del Club Italia, assume pubblicamente l’impegno di restituire agli antichi fasti la maglia azzurra, indossata 126 volte, tra il 1988 e il 2002: da vent’anni solo delusioni, con il magnifico cameo dell’Europeo vinto a Wembley nel 2021. Una tradizione che si rinnova: il papà Cesare è stato calciatore e ct, Paolo assume adesso un ruolo dirigenziale e intanto suo figlio Daniel ha assaporato l’emozione del debutto.

Una bandiera, ma prima ancora un manager: Maldini ha saputo rinnovarsi, non ha mai voluto essere monumento di se stesso come tanti campioni del passato travolti da limiti o pigrizia, nell’esperienza rossonera da direttore dello sviluppo strategico dell’area sport, e poi da direttore dell’area tecnica, ha riportato il Milan in Champions dopo sette anni di assenza e vinto lo scudetto dopo undici. L’esperienza finì per divergenze con la società, restano i successi ottenuti e i successivi rimpianti del club e un’aura di specialista in resurrezioni che fa perfettamente al caso della Nazionale. Curiosamente, quando fu nominato direttore dell’area tecnica prese il posto del dimissionario Leonardo, suo ex compagno di squadra e poi di scrivania, che lo affiancherà adesso a sorpresa in qualità di Advisor. «Paolo da subito mi aveva detto che sarebbe stato felice di coinvolgerlo come consulente, perché il lavoro è tanto, impegnativo e sfidante - rivela Malagò a Tg2 Post -. Sono contento, perché ho una stima profonda di Leonardo».