Fatalmente, nella canicola del luglio 2026, il commentatore si ritrova a chiedersi se abbia ancora senso l’ultimo appuntamento del calendario televisivo: la presentazione estiva dei prossimi palinsesti. Parliamo di quella cerimonia mezza conferenza stampa e mezza televendita – perché rivolta a giornalisti e inserzionisti pubblicitari – in cui i sovrani della tv cantano le lodi dei loro regni – giacché l’ultimo raccolto è sempre ottimo e quello nuovo sarà ancora meglio. Come i politici con le elezioni: ognuno a modo suo ha vinto le scorse, ognuno vincerà le prossime. E poco importa che l’affluenza sia in calo. Guarda caso, i televisivi snocciolano volentieri lo share, cioè la percentuale di ascolto, e sempre meno i numeri assoluti, le teste che si vanno lentamente diradando.
Ma soprattutto ci si chiede la ragione di queste maratone tra teatri e buffet, quando, come quest’anno, diverse notiziole erano già state bruciate da indiscrezioni e anticipazioni, o tanti annunci si sono ridotti a un copia-incolla dello scorso palinsesto. Legittimo, se si reputa di aver fatto bene, ma perché convocare il popolo a corte per dire poco o nulla? Che De Martino farà almeno due anni a Sanremo ce lo potevamo aspettare, visto che da tempo i contratti dei direttori artistici all’Ariston funzionano così, e la lunga illustrazione delle acquisizioni societarie di Mediaset in Europa ce la aspetteremmo a un’assemblea di azionisti, più che a una presentazione dell’offerta tv.













