Sul muro un mosaico con un fabbro gigante, soldati dell’armata rossa, contadini e minatori, sotto la scritta in vernice nera: «Animali russi Kramatorsk non perdona». Nel Donbass che si prepara alla battaglia finale non sono solo gli ultimi 12 anni di scontri tra l’esercito di Kiev e i separatisti filorussi a essere visibili, ma la storia stessa di queste regioni di frontiera. La miniera è dovunque, nelle scuole, nelle fabbriche, nei monumenti e nelle associazioni che qui hanno scandito la vita dei paesini per generazioni. Gli stessi luoghi che dopo il 2022 sono diventati seconde linee, fronte e poi «zona grigia», dove nessuno dei due eserciti poteva avanzare perché i veri padroni erano i droni. Dove le babushke per mesi, addirittura anni, hanno preferito vivere sottoterra e spesso morirci piuttosto che andarsene verso l’ignoto.Chilometro dopo chilometro, una battaglia campale dopo l’altra, quei paesini sono passati tutti sotto il controllo russo e al momento meno del 20% della regione è ancora in mano ucraina. Da Kostiantynivka, a Sud, fino a Lyman, a nord-est, corre la stessa strada che attraversa le due città più importanti del Donetsk: Slovjansk e Kramatorsk. La prima si trova in una depressione del terreno e difficilmente sarà difendibile, soprattutto se i russi prima cattureranno le alture circostanti. L’altra è la roccaforte designata, il centro che gli ucraini stanno fortificando da mesi e dove continuano ad arrivare soldati. Caduta Kramatorsk, l’intero Donbass sarà in mano russa. Ma non siamo ancora a quel punto e non è possibile avanzare previsioni temporali. A Pokrovsk, per esempio, si è combattuto più di un anno e mezzo, a Kostiantynivka, tuttora contesa, si combatte già da 9 mesi per una cittadina fantasma dove sono rimaste 3mila persone; Kramatorsk al momento ha 130mila abitanti e dimensioni molto maggiori rispetto alle altre due. Ma in città la situazione è già diventata quasi invivibile. Gli attacchi di droni sono costanti, così come le raffiche dei mitra che provano ad abbatterli con scarso successo. Droni kamikaze Shahed, Fpv (First person view, visione in prima persona: velivoli manovrati dal pilota con un visore sugli occhi, ndr), a fibra ottica, droni spia e i più grandi “bombardieri”, occupano i cieli giorno e notte. Li senti ronzare più forte quando accelerano o tenere un vibrato acuto e costante quando sono fermi in osservazione e cerchi di decidere il più in fretta possibile se correre sotto un albero, attraversare una strada in cerca di un rifugio o appiattirti sotto alla pensilina di un palazzo. Ormai anche i bambini hanno imparato: «Vieni, allontaniamoci dalla macchina dei militari» dice il fratello maggiore all’altro quando si iniziano a sentire gli spari dei militari che cercano di abbattere il drone. Ma il ronzio continua e una passante con un neonato in braccio implora la commessa di un chiosco di aprirle la porta. Seguiamo la scena da qualche metro di distanza: la donna entra nel chiosco e i bambini, che avranno 7 e 5 anni, si allontanano eccitati lanciando brevi grida acute, il più piccolo urla ridendo «drrrrrooooooneee» ed entrambi spariscono dentro un cortile alberato. Le regole del gioco gliele hanno insegnate bene.Le strade che portano al centro di Kramatorsk sono state coperte dalle reti anti-drone, non tutte però, secondo diversi residenti il sindaco è stato poco lungimirante, per usare un eufemismo. Le vie di comunicazione verso l’esterno sono quasi tagliate, almeno quelle dirette. Per arrivare qui dalla regione confinante di Dnipropetrovsk una volta ci volevano 2 ore e mezza, ora cinque. Il che rappresenta un problema enorme per la catena di approvvigionamento dei soldati ucraini e per gli spostamenti da una postazione all’altra.+I soldati sono talmente tanti che tutte le attività commerciali si sono specializzate per loro: dai barbieri ai massaggi, dai negozi di articoli militari ai ristoranti. Sulle grandi cave di gesso che sovrastano Kramatorsk, esposte a Ovest e quindi più sicure, portano le ragazze nei giorni di licenza. Passando li vedi mentre scattano selfie durante i baci. Le stesse foto che poi riguardano compulsivamente nelle “case sicure”, le postazioni avanzate nella zona grigia. Si tratta di semplici abitazioni civili abbandonate dai residenti dove le squadre di militari vengono dislocate. Nei paesini del Donetsk ce ne sono a centinaia, tutte occupate da piccole unità in modo da limitare i danni se i droni russi dovessero individuarle. Anche tra Kramatorsk e le zone occupate dai russi c’è una rete fittissima di “case sicure” dalle quali operano gli ucraini. A seconda dei reparti, escono a turno per qualche ora di missione e poi sono confinati nelle loro sistemazioni per periodi che sembrano interminabili. Se perdi il momento buono per rientrare, alle prime ore dell’alba, devi restare immobile fino al giorno dopo. Se vieni ferito non verrà nessuno a prenderti, devi essere abbastanza fortunato da militare in un battaglione che possiede un drone terrestre e sperare che in quel momento il mezzo sia libero per venirti a prendere. Sempre che il comandante voglia, il che non è scontato. Il resto del tempo sono ore e ore passate al chiuso, con pochissima luce e senza poter mettere il naso fuori dalla porta neanche per pisciare. «Se rischiassi solo tu ti direi di giocarti la vita come vuoi», dice un caposquadra durante una breve visita in quella che i soldati chiamano kill zone, «ma non appena i droni russi vedono qualcuno uscire da una casa trasmettono le coordinate all’artiglieria e nel giro di poco siamo tutti fottuti». Non c’è da sperare nelle notti senza luna o in quelle nuvolose perché molti droni hanno i visori notturni. L’unico scudo naturale è il vento forte o la pioggia battente, in questi casi i droni non ce la fanno a volare.L’artiglieria convenzionale resta una risorsa letale per gli attacchi dalla distanza. A Kramatorsk vengono sganciati decine di Kab, bombe plananti di diverso taglio che arrivano fino a 1500 kg, l’ultima qualche giorno fa ha distrutto la stazione degli autobus. «Non riesco a capire come facciano ad averne così tanti» si chiede Vania, un maggiore dell’artiglieria ucraina, «sono anni che ce le sparano addosso e in questi mesi ancora più frequentemente». Ma la contraerea è concentrata a Kiev e nelle aree strategicamente più importanti, le quali ultimamente sono messe a dura prova dagli attacchi simultanei (droni più missili) russi. Anche per questo Zelensky continua a chiedere sistemi Patriot agli Usa e prestiti per acquistare contraerea agli europei, come ha fatto al G7 di Evian e al vertice Nato di Ankara. La maggior parte delle armi ora gli ucraini se le producono da soli, i droni che hanno colpito Mosca e San Pietroburgo ad esempio, ma non i sistemi anti-missile.Quella dalla distanza è una guerra parallela che ultimamente ha permesso agli ucraini di convincere l’occidente che Kiev non è battuta e che con il giusto supporto potrebbe fare molto di più. A ogni attacco sulla capitale ucraina corrisponde ora una rappresaglia contro le raffinerie russe, in un confronto a distanza che si autoalimenta e si carica di nuove minacce di escalation. Tuttavia, sebbene gli alleati promettano con munificenza, mantengono con parsimonia. La Norvegia che aveva annunciato la consegna di 200 missili per la Difesa aerea ad oggi – dice Zelensky – non ne ha consegnato neanche uno. La Germania che stava valutando l’invio dei missili Taurus, ha cambiato idea in quanto «Kiev se la cava benissimo» con i dispositivi di sua produzione. La Polonia che doveva inviare decine di aerei in cambio di tecnologia per i droni ha annullato lo scambio dopo le polemiche sulla decisione di Zelensky di intitolare un battaglione all’Upa (l’esercito insurrezionale ucraino di Stepan Bandera). Senza contare che l’anno prossimo sarà un anno di elezioni importanti per l’Ue: Italia, Francia e Polonia potrebbero portare all’esecutivo maggioranze con forti componenti anti-ucraine. Infatti diversi analisti ritengono che Mosca potrebbe prolungare la guerra almeno fino alla prima metà del 2027 per approfittare del disimpegno dei vecchi alleati di Kiev nonostante i problemi economici crescenti, legati soprattutto alla crisi del carburante. Ma intanto a Kramatorsk la guerra è già arrivata alle porte e l’unico dato certo è che sarà un massacro.
Nell’ultima roccaforte del Donbass
L’80 per cento della regione è sotto il controllo russo, ma Kramatorsk resiste. Un reportage dalla città dove anche i bambini hanno imparato a riconoscere il ro







