La prima couture di Maria Grazia Chiuri per Fendi torna là dove la maison, nel 1985, inventò uno scandalo che oggi chiameremmo calendario culturale. Alla Galleria d’Arte Moderna riaffiora la mostra con cui Carla Fendi e le sue sorelle celebrarono i vent’anni di lavoro con Karl Lagerfeld: una festa d’intelligenza, di impresa e di arte applicata, finita allora sotto osservazione come un furto con destrezza ai danni del sacro pubblico. Allora sembrò un golpe in visone: appropriazione indebita del tempio pubblico, promozione privata travestita da estetica, sacrilegio con ricevuta fiscale. Ida Panicelli, responsabile della GNAM, chiuse la presentazione con parole che oggi suonano quasi profetiche: "Non resta che osservare il felice dilagare dei sistemi uno nell’altro". Il dilagare piacque poco. Arrivò perfino un’interpellanza parlamentare. "Dall’arte povera all’arte ricca", titolava Rinascita, accusando "l’inevitabile celebrazione di un marchio a creare imbarazzo, con la sua implicita possibilità di moltiplicare la schiera degli aspiranti ad avere la Galleria come simbolo di distinzione".
Oggi Chiuri rende omaggio a Lagerfeld e alla sua inesauribile creatività, ma soprattutto al coraggio delle cinque sorelle Fendi, capaci di capire prima degli altri che la moda, quando ha visione e paga il conto, non saccheggia il museo: gli porta sangue, pubblico, memoria, desiderio. Avercene, oggi, di esibizioni autofinanziate capaci di rimpinguare le esangui casse delle istituzioni museali nostrane.














