È difficile, se non impossibile, riconoscere una sola ratio che muove un disegno unico, ma di certo nel panorama informativo italiano sta succedendo qualcosa che è destinato a mutare gli equilibri e ridefinire i rapporti di potere e che rimanda ai mutamenti del capitalismo nazionale.

Nella settimana in cui la commissione di vigilanza Rai decade per le dimissioni di tutti i suoi membri dopo anni di immobilsmo, accade che il direttore di Repubblica Mario Orfeo annunci le sue dimissioni per passare alla direzione editoriale di Quotidiano nazionale, che riunisce le testate Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione e che da pochi mesi è in mano a Leonardo Del Vecchio. Nel pomeriggio di ieri Orfeo, che era subentrato a Maurizio Molinari, ha spiegato la scelta alla redazione di largo Fochetti citando i tagli al budget e il piano di prepensionamenti cui starebbe lavorando il nuovo editore.

Sarebbero le divergenze con Theodore Kyriakou, proprietario del gruppo Antenna che a marzo ha acquistato Gedi, la causa dell’abbandono di Orfeo. «La storia cinquantennale de La Repubblica proseguirà nel solco della sua tradizione di qualità dell’informazione, forte del valore dei suoi giornalisti e di un piano di investimenti e crescita su cui il gruppo è al lavoro», fanno sapere i nuovi proprietari, che a questo punto devono trovare il condottiero per il n uovo corso. Si parla di una soluzione interna, e a questo proposito di citano il vicedirettore Stefano Cappellini e Claudio Tito, Oppure di richiamare in causa Emiliano Fittipaldi, attuale direttore del Domani, o Marco Damilano, conduttore su RaiTre de Il cavallo e la torre, entrambi con un passato importante all’Espresso, l’altra testata che fece parte del gruppo fondato da Eugenio Scalfari poi passato a Carlo De Benedetti. Quello che pare evidente, e che probabilmente ha contribuito ad allontanare Orfeo da Repubblica, è che la proprietà greca vorrebbe accelerare la transizione digitale della testata puntando molto sul terreno televisivo, settore nel quale il direttore uscente ha qualche esperienza (essendo stato negli anni scorsi alla guida di Tg1, Tg2 e Tg3) che non è stata presa in considerazione dai nuovi editori.