ANKARA - Nessun rimorso. «Non mi pento di nulla di quello che ho fatto». Tornasse indietro Giorgia Meloni cercherebbe ancora l'amicizia e l'abbraccio politico con Donald Trump, che ora quell'abbraccio rinnega e disconosce. E direbbe ancora no alla richiesta del presidente americano all'Italia di entrare in guerra contro i pasdaràn iraniani. «Sull'utilizzo delle basi abbiamo avuto una linea molto chiara dall'inizio del conflitto in Iran e quella linea manteniamo: non stiamo partecipando e non parteciperemo agli attacchi». E del resto «l'opzione militare» americana «non ha portato a risultati così concreti». Ankara, primo pomeriggio. La premier tira le fila del vertice Nato in una saletta del Bestepe, il pantagruelico palazzo presidenziale di Erdogan. È il summit della doccia fredda, dell'Europa che si risveglia sotto i colpi di Trump e si scopre a parlare di "burden shifting", di un passaggio del "fardello" della sicurezza dalle spalle americane a quelle europee.

Il gelo con Trump È il summit che ha rimesso accanto, prima a tavola, alla cena di gala di martedì, poi nei conciliaboli della Nato, Meloni e Trump dopo settimane di tensioni alle stelle. «Non intendo tornarci sopra» taglia corto la presidente del Consiglio alle domande sul post del tycoon che ha auspicato un «ordine restrittivo» per tenere a distanza l'italiana ad Ankara. Né si pente, appunto, di aver scommesso sul ponte fra Palazzo Chigi e la Casa Bianca trumpiana che oggi si sgretola. «Non cambio idea su quale sia l'interesse italiano, perché le scelte che io faccio non sono scelte dettate dal piccolo cabotaggio». Je ne regrette rien. «Io ho una strategia in testa: secondo me nell'interesse nazionale italiano ed europeo, c'è l'unità e il rafforzamento dell'unità occidentale». Meloni ad Ankara cammina sul filo. Invita l'Europa a rimboccarsi le maniche. Nel chiuso del Consiglio atlantico fa distribuire una cartina geografica e un dossier preparato dai Servizi: sulla mappa, colorate, le aree dove Russia e Cina attingono alla maggior parte delle "terre rare", i metalli per produrre cannoni e microchip. Striglia gli alleati e in sostanza dice: che senso ha parlare di cifre se dipendiamo dai nostri rivali? Non strappa con Trump, limita all'osso le occasioni di confronto. Una stretta di mano a cena, al tavolo con Macron e Starmer, Erdogan e Rutte, due parole a tavola per cortesia di protocollo. Fine. Il gelo resta, la diffidenza anche. Meloni parla ai cronisti e marca volentieri le distanze con il capo della Casa Bianca. «Se investiamo nella nostra difesa quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori. Quindi più sicurezza ma anche più lavoro qualificato, più ricerca, più crescita, non assegni all'estero. Noi stiamo lavorando così in questa fase».Niente assegni all'estero È un passaggio chiave. Da un anno l'amministrazione americana chiede all'Italia di aderire al Purl, il programma di acquisto di armi statunitensi da girare poi all'Ucraina in guerra. Per Trump l'uomo d'affari, deciso ad arricchire il complesso militare americano, è quasi un'ossessione. Ne parla di continuo ad Ankara: «Vendiamo le nostre armi, sono le migliori». L'Italia al Purl non ha aderito e ora Meloni con un guizzo sovranista spiega che Roma semmai metterà in cascina miliardi per le aziende italiane, o europee al massimo. Né accetterà diktat sulla spesa militare. «Rispettiamo gli impegni ma in modo sostenibile, stabilendo noi i tempi, i modi e le priorità in base al contesto». Cautela che risente, in casa, del venticello di campagna elettorale che già soffia nei palazzi della politica e risveglia il sentimento antimilitarista che fra proseliti a sinistra come a destra, da Avs ai "futuristi" di Roberto Vannacci. Qualcosa si è rotto davvero con l'ex amico Donald. Mentre nel "teatro" del Bestepe, davanti a una folla oceanica di cronisti, Trump si prepara a difendere la guerra scatenata contro l'Iran, «abbiamo decimato la loro capacità missilistica», Meloni suona uno spartito opposto con la stampa italiana. E spiega che «finora l'opzione militare non ha portato a risultati così concreti». Meglio «insistere sulla capacità e sulla possibilità di un negoziato». È anche per lei, come per tutti i grandi d'Europa, il summit della virata da Trump. Ci vorrà tempo, servirà prudenza. Meloni nega le voci di un imminente disimpegno militare americano dallo Stivale: «Non ci è stato comunicato nulla di formale, dopodiché si discute di burden shifting, di come la colonna europea della Nato debba assumere maggiore responsabilità all'interno del territorio europeo per consentire alla colonna americana di dispiegarsi su altri quadranti che sono oggi considerati prioritari». Il disimpegno semmai è politico ed emotivo. Le telecamere a circuito interno del summit restituiscono il grande freddo della premier con "The Donald". Le passa a fianco durante la foto di gruppo, neanche uno sguardo. Al tavolo rettangolare del vertice atlantico siedono su lati opposti e non si parlano. È tra i pochissimi leader, insieme a Macron, a non ringraziare Trump per la sua "leadership". Ci prova Marco Rubio a mediare con il Commander in chief. Che solo a fine sera concede una carezza: «L'Italia è stata brava, ha avuto solo un brutto momento» dice Trump. A Roma nessuno si fida più. Meloni ci scherza su: «Stamattina mi è sembrato un confronto positivo, ormai lo dico in punta di piedi...». Ha un bilaterale con Erdogan, si complimenta con il padrone di casa per «l'ottimo» vertice, discutono di Libia e di Iran, del Libano ferito che attende il nuovo round di colloqui di pace in programma a Roma la prossima settimana. A Zelensky assicura il sostegno italiano. Non solo generatori elettrici, arrivano altre armi: sul nuovo pacchetto «Crosetto sta valutando». Non andrà a Parigi lunedì, al vertice dei Volenterosi di Macron ci sarà Tajani. Vuole rimettere le chiavi nell'uscio di casa, c'è un governo e una campagna elettorale a cui pensare. Meloni allarga le braccia. «Al sesto vertice in tre settimane e mezzo io passo. Scrivete quel che volete, non c'è alcun disimpegno sull'Ucraina. Ma nemmeno posso permettermi un disimpegno sull'Italia».