Max Verstappen è sempre più insofferente dentro una Red Bull che non sente più sua: dopo Silverstone emergono tensioni interne, clausole d’uscita, il caso Lambiase-Waché e una fiducia tecnica ormai incrinata.

La crisi della Red Bull non è più soltanto tecnica. Dopo il disastroso weekend di Silverstone, attorno a Max Verstappen sembra essersi aperta una frattura molto più profonda: una questione di fiducia, di potere interno e di futuro. La RB22 non va, il campione olandese si sente inascoltato e il caso legato a Gianpiero Lambiase aggiunge tensione a una struttura che negli ultimi anni ha già perso uomini chiave. Il paradosso è che Red Bull ha anche meno margini regolamentari per intervenire sulla power unit: il suo motore ICE è infatti risultato il più performante nelle valutazioni FIA e per questo non può accedere all'ADUO, il meccanismo che concede sviluppo extra ai motoristi più indietro.

La frustrazione di Verstappen era altissima già prima della gara. Max avrebbe spinto per cambiare motore e assetto, anche accettando una partenza dalla pit lane. Il team ha scelto invece di lasciarlo in griglia, settimo. Il risultato è stato quello che lui temeva: macchina sbilanciata, poca velocità massima, gara complicata e poi l'incidente nel finale per un problema all'ala posteriore. "Forse loro avevano fiducia che la situazione si sarebbe risolta. Io no", ha detto il quattro volte iridato dopo la gara. Poi la frase più pesante: "Il bilanciamento è stato disastroso per tutto il weekend e non avevo velocità massima, nemmeno rispetto al mio compagno di squadra". Un'accusa tecnica diretta, ma anche politica: l'olandese non si sente più ascoltato come un tempo.