Con l'interrogatorio di un testimone della difesa, il 37enne Lorenzo Avellino, oggi professore a contratto e ricercatore al Dipartimento di storia dell'Università di Ginevra, è ripreso oggi in Corte d'appello a Torino il maxi processo Askatasuna. Tra le accuse mosse dalla procura generale a 16 dei 28 imputati figura l'associazione per delinquere, che non è stata riconosciuta dalla sentenza di primo grado (vi sono state 18 condanne per lo più per reati connessi a scontri durante manifestazioni). Il professor Avellino ha detto di avere «militato» nel centro sociale fra il 2015 e il 2020 e di avere avuto, per qualche mese del 2017, la responsabilità di «gestire la cassa», escludendo nettamente però che fosse il fondo da cui gli attivisti attingevano per l'acquisto di fuochi artificiali o attrezzature da impiegare contro le forze dell'ordine.

«In cassa sempre pochissimi soldi perché i prezzi erano bassi» Nella sua descrizione, si trattava della «cassa delle serate», dove confluivano gli incassi del bar durante i «momenti ricreativi». Il denaro si utilizzava per il riacquisto di bevande o di materiali per l'attività politica (le fotocopie, il noleggio del furgone, gli apparecchi di amplificazione). «C'erano - ha sottolineato - pochissimi soldi perché i prezzi erano bassi. A stento ci si potevano comprare le cose per la serata successiva: per i pennelli e le tinture per gli striscioni bisognava contare i centesimi».