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Paolo Mereghetti

Attore, regista e sceneggiatore, Sly ha segnato la storia del cinema, raccontando con i suoi personaggi due Americhe opposte

Si fa fatica ad immaginare Sylvester Stallone alle prese con la vecchiaia. Il 6 luglio Sly compie ottant’anni eppure nella memoria di tutti il suo volto, leggermente segnato dalla rescissione di un nervo per l’uso del forcipe alla nascita, è ancora quello di Rocky Balboa, di John Rambo, o magari quello un po’ meno scavato di Barney Ross, il protagonista di I mercenari (che ha diretto e girato quando di anni ne aveva sessanta suonati), tutti scolpiti nella roccia di un mito che è esploso a sorpresa il 20 novembre 1976, il giorno della prima di Rocky e che da allora ci ha accompagnato fino a oggi.

Strano destino, mitologicamente parlando. Sono pochi gli attori che sono nati con una faccia, se non proprio con un ruolo, e l’hanno mantenuta per tutta la carriera: John Wayne, Charlie Chaplin, forse la Dietrich... e poi Stallone. Per aderenza fisica, direi addirittura fisiognomica, più che per adesione ideologica. Perché i due eroi che hanno segnato la sua carriera e il suo successo, il pugile condannato a incontri di piccolo cabotaggio e l’ex berretto verde segnato dall’esperienza in Vietnam, rappresentano due Americhe diverse, se non proprio opposte: se la parabola di Rocky rinnovava con ottimismo la fiducia nel mito americano della «ricerca della felicità» all’interno di una Nazione dai valori incrollabili, self-made man proletario che lotta per emergere dal nulla e affermare la sua dignità quando tutto (età compresa) sembra congiurare contro di lui, Rambo è invece l’altra faccia della medaglia: personificazione del disagio del reduce, individualista poiché consapevole che non esiste più alcuna collettività da difendere, emarginato in patria dopo essere stato mitizzato in guerra e ormai incapace di reinserirsi in una società che lo rifiuta e lo teme.