Non un raptus, ma un’esecuzione spietata. Ylenia Musella ha provato con tutte le forze a difendersi dalla furia del suo stesso sangue. Dalla rabbia cieca di un fratello che, al culmine dell’ennesima lite esplosa per futili motivi, si è trasformato in un carnefice incapace di fermarsi. E così è arrivata, prima, una raffica di schiaffi e pugni che la ventiduenne ha provato a contenere proteggendo il viso con le braccia. Poi, quando l’escalation era ormai sul punto di non ritorno, nell’appartamento di via al Chiaro di Luna è saltato fuori un coltello da cucina. Una lama lunga ventidue centimetri che il venticinquenne non ha esitato ad affondare sulla schiena della sorella: «Il colpo deve ritenersi inferto a distanza ravvicinata, ovvero in condizioni di contatto diretto tra l’aggressore e la vittima». Blindate dall’omertà familiare e del rione, le lacrime di Giuseppe Musella rischiano adesso di asciugarsi sotto il peso della scienza e del gelo del tavolo settorio. A smentire le sue parole - e l’ipotesi del lancio - è la relazione medico-legale appena depositata dal consulente della Procura.

Delitto con giallo A distanza di cinque mesi dal delitto, sembrano destinate al decollo le ipotesi investigative intavolate, già dopo i primi rilievi, dalla Squadra mobile di Napoli e dai sostituti procuratori Ciro Capasso e Valeria Vinci. Gli inquirenti fin da subito avevano rilevato importanti incongruenze nei racconti dei testimoni e di Giuseppe Musella, fermato al rione Luzzatti di Poggioreale dopo una notte in fuga. Tra i degradati palazzi in cemento armato del Parco Conocal di Ponticelli si era appena consumato un omicidio dalle modalità efferate e dai contorni inspiegabili. Non a caso il reale movente non è stato, ad oggi, ancora individuato. Sta di fatto che quando Ylenia Musella, il pomeriggio del 3 febbraio, ormai cadavere, varca le porte del pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania, la rete di conoscenti e parenti è già pronta a stringersi a garanzia del sospettato. All’unisono viene fornita una versione convergente: il litigio tra fratelli, le urla, poi la corsa disperata verso le scale che conducono all’androne e, soprattutto, quel coltello scagliato da lontano: «Non ricordo - aveva messo a verbale un amico - quanto era distante quando lui l’ha lanciato, ma dovrebbero essere tre o quattro metri». Verità di comodo, se non addirittura distorte, che adesso devono fare i conti con gli esiti dell’autopsia. L’accertamento medico-legale eseguito dal professore Emanuele Capasso ha infatti fornito due elementi inediti: il pestaggio subito dalla ventiduenne prima di morire e la conferma che l’arma bianca, nel momento in cui è affondata nella schiena di Ylenia, era impugnata dal suo assassino. La nuova svolta È un quadro drammatico, quello restituito agli inquirenti dagli accertamenti autoptici. Da un lato, come dato scientifico irremovibile, c’è la causa della morte: l’incisione che la punta del coltello, penetrata per oltre tredici centimetri, ha causato all’aorta toracica discendente, scatenando uno choc emorragico acuto. Non è tutto, però. A raccontare l’evoluzione di quel tragico pomeriggio sono anche i quattro ematomi riscontrati sulla fronte e la mandibola di Ylenia, «verosimilmente attribuibili a una colluttazione precedente», scrive il medico legale. Altre escoriazioni sono state individuate poi anche sui gomiti e gli avambracci. Tra le pieghe del documento depositato pochi giorni fa spicca un ulteriore dettaglio. Una finestra temporale che oscilla tra i sei e ventiquattro secondi: è questo il brevissimo lasso di tempo che la ragazza ha avuto a disposizione prima di perdere i sensi dopo essere stata accoltellata. Istanti interminabili, durante i quali «è plausibile che abbia tentato la fuga».Napoli, donna aggredita a Porta Nolana: salvata dai militariUn dato biologico, questo, capace di innescare un ribaltamento di quella che, almeno fino ad oggi, è stata individuata come la scena del crimine. In sintesi, Ylenia potrebbe non essere stata colpita a morte quando stava scendendo di corsa le scale, ma mentre si trovava ancora all’interno dell’appartamento. Con il deposito della consulenza medico-legale, l’inchiesta entra nella sua fase clou. Un passaggio chiave che sposterà nelle prossime settimane l’asse del confronto nelle aule di giustizia. In quest’ottica i difensori di Giuseppe Musella, gli avvocati Andrea Fabbozzo e Leopoldo Perone, sono già al lavoro. Spetterà a loro il difficile compito di analizzare ogni riga della relazione, così da provare ad aprire una breccia nella tesi dell’esecuzione ravvicinata e ridefinire i contorni di un delitto che ha sconvolto un’intera città.