di
Stefano Lorenzetto
Il manager: «Salvato dal medico aziendale che mi fece scoprire un linfoma. In quasi 30 anni ho ricoperto 14 ruoli in 5 Paesi. L’elettrico non sia un processo ideologico. Da Alex Zanardi ho imparato la resilienza»
Il 16 giugno 1997, neoassunto in Bmw Italia, Sergio Solero giunse nella vecchia sede di Palazzolo, frazione di Sona (Verona), con l’autostop. Dal 1° luglio è tornato nell’avveniristico edificio di cristallo e granito ceramico progettato dall’architetto Kenzo Tange a San Donato Milanese. Ne era uscito sette anni fa. È la prima volta, nella storia della filiale tricolore del colosso bavarese, che un mercato viene riaffidato alle cure dello stesso presidente e amministratore delegato. Ma Solero, entrato in Bmw da impiegato di quarto livello e salito a posizioni di vertice fra Madrid, Singapore, Monaco di Baviera e Zurigo, ha rischiato di non arrivarci. «Un linfoma di Hodgkin», rivela. «L’aspetto più stupefacente è che, benché sia figlio di un neurochirurgo e da un anno consultassi fior di luminari, a salvarmi sia stato un medico dell’azienda alla quale ho dedicato più di metà della mia vita».
Una perfetta circolarità del destino.«Beate Quassowski stava in Bmw a Monaco, oggi è la responsabile sanitaria del nostro stabilimento di Shenyang, in Cina. Mi chiese: “Ti sei fatto dosare questi due marcatori tumorali?”. Ci azzeccò in pieno. Ero già al terzo stadio di quattro. Ma non ho mai smesso di lavorare».










