Era ancora un'Italia in bianco e nero quella in cui, all'Arena di Milano, 53 anni e sei giorni fa, Marcello Fiasconaro stabilì il primato del mondo degli 800 metri. Un minuto, quarantatré secondi e sette decimi. C'era ancora il cronometraggio manuale, una sorta di "sconto" rispetto a quello elettrico oggi in vigore praticamente ovunque. Negli anni, però, quell'1'43"7 fu equiparato a 1'43"70 e questo consentì al risultato di resistere ai diversi tentativi di miglioramento fino a diventare il record più longevo dell'atletica italiana.

Un titolo che sabato 3 luglio si è arreso dopo mille assalti: Francesco Pernici, bresciano di Esine, 23 anni, ha corso in 1'43"60 a Nancy. Fiasconaro l'ha presa benissimo facendo i complimenti dal Sudafrica dove vive da decenni. E così ora il record nazionale più vecchio è diventato il 19"72 sui 200 di Pietro Mennea a Città del Messico, stabilito il 12 settembre 1979 e tuttora record d'Europa.

D'altronde l'atletica è anche questo: muri che crollano, progressi che non si arrestano anche se spesso ci si trova su una strana salita, pensi di essere arrivato all'ultimo tornante e invece devi aspettare anni, addirittura decenni. Il muro in questione sarebbe potuto crollare quasi subito, quando nel 1984 Donato Sabia - talento dalla classe cristallina - corse a Firenze in 1'43"88. Sembrava bastasse allungare la mano e prenderselo quel record. E invece, complice una malefica collezione di infortuni che condizionò la carriera del mezzofondista potentino, diventò una montagna inespugnabile per decenni. Fino a Nancy, fino a Pernici, fino a questi dieci centesimi di miglioramento che sono come una bandiera sulla cima di una delle vette dell'Himalaya.