Messico e nuvole. Silenziare tutto. I ricordi, l’inconscio, il dolore. Quella pentola a pressione che è l’Azteca. E che a 2.250 metri sul livello del mare ti brucia il respiro. Anzi te lo toglie mentre a te scoppia il cuore. Troppi tamburi. E rumore: dentro e fuori. È quello che l’Inghilterra non vuole sentire, per questo arriverà all’ultimo, per questo non vuole ambientarsi e nella notte di vigilia si metterà i tappi nelle orecchie, per paura delle micidiali serenate che i tifosi messicani suoneranno sotto l’albergo. Ma soprattutto per quel giorno lì, che non è mai stato cancellato.
La mano de Dios
Quando Diego Armando nell’86 ne scartò cinque, ne sedette sei, ne segnò due, vinse una partita, pareggiò una guerra, sorprese un secolo. In dieci secondi e in 60 metri scavalcò e ridicolizzò 179 anni di saggi difensori inglesi, capitanati dalla signora Thatcher. Peter Shilton, portiere, ingannato dall’ultima finta, non voleva crederci e si mise a battere i pugni sul prato. Non sapeva ancora che lo aspettava l’etichetta left behind. Lasciato indietro. Il telecronista argentino Victor Hugo Morales invece ci credette molto: Quiero llorar. Voglio piangere. Quello inglese, un po’ tonto, non capì che l’arte è una forma di inganno e disse all’inizio che Maradona gli sembrava rickety. Sgangherato, come no. Perfino la palla si stancò di quello slalom infinito e finì in rete, non trovando più niente e nessuno da scartare. Era il 55’, le Falkland tornarono Malvinas, un gol fece più di un esercito. All’Inghilterra quel quarto di finale contro l’Argentina andò male, malissimo.











