Pubblicato il: 03/07/2026 – 10:02
di Ennio Stamile
COSENZA Il sequestro preventivo di un distributore di carburanti di circa 1.000 metri quadrati – avvenuto nella giornata di ieri nel comune di Tortora, sul Tirreno cosentino – ordinato dalla Procura di Paola, guidata dal dott. Domenico Fiordalisi, magistrato di spiccate doti umane e professionali, ed eseguito dai Carabinieri Forestali di Scalea, è un fatto di cronaca che impone una riflessione profonda. Dietro i sigilli posti a un’attività commerciale e dietro le cinque denunce a piede libero, non c’è solo la fredda contabilità di un reato ambientale. C’è la ferita profonda inferta al fiume Noce, un corso d’acqua dall’alto valore naturalistico che segna il confine tra Calabria e Basilicata e alla nostra umanità. Questo episodio ci costringe a interrogarci sul confine, troppo spesso valicato, tra l’iniziativa economica e la responsabilità etica.
Un fallimento morale prima che giuridico
L’indagine ha svelato un meccanismo consolidato di totale anarchia gestionale e documentale: una condotta interrata di ben 130 metri usata per sversare reflui tossici nelle sponde del fiume; acque di dilavamento contaminate da idrocarburi, oli usati e metalli pesanti immesse senza depurazione; vasche di filtraggio sature, registri dei rifiuti pericolosi inesistenti e totale assenza di conformità antincendio.La gravità del fatto risiede nella “scientificità” della condotta. Costruirne una sotterranea per occultare i veleni non è una disattenzione; è una scelta consapevole. È il sintomo di un capitalismo miope che considera l’ambiente come una discarica gratuita per abbattere i costi di gestione.Questo comportamento rappresenta un profondo fallimento morale prima ancora che giuridico.








