Il 4 giugno 2026, a meno di un’ora dal giuramento del quarto governo sloveno di Janez Janša, la bandiera palestinese che sventolava sul palazzo del governo di Lubiana dal maggio 2024 è stata ammainata. Un colpo di spugna ideologico con cui il nuovo premier della destra nazionalista ha liquidato il riconoscimento dello Stato di Palestina operato dal precedente esecutivo di centrosinistra, bollandolo come «antisemitismo attivista».
Dietro i simboli e la spietata provocazione che infiamma la Slovenia in queste settimane, ci sono i corpi e i destini sospesi di chi da quella terra cercava protezione. C’è la storia di Amna. Ed è per lei, e per la sua famiglia sopravvissuta all’inferno di Gaza, che oggi si leva un appello urgente affinché l’Italia le conceda il diritto al resettlement, ovvero al reinsediamento, e a una protezione stabile. Questa richiesta non si limita a una pur doverosa spinta umanitaria, ma si fonda su precisi e stringenti presupposti di diritto internazionale, europeo e costituzionale.
HO CONOSCIUTO AMNA nell’ottobre del 2024. Era arrivata a Lubiana dal Cairo insieme a un gruppo di bambini e ventenni di Gaza che avevano subito gravi amputazioni, grazie al programma di una fondazione slovena. Amna si distingueva per un’eleganza austera: camminava avanti e indietro, senza darsi tregua, facendo saltellare le stampelle sul pavimento con l’unica gamba rimasta. Dietro una timidezza da passero, emergeva a tratti la grinta che avrei imparato a riconoscerle. Mi ha detto con fermezza che voleva finire gli studi in veterinaria.







