TREVISO - «Partire è difficile, ma mettersi a disposizione per aiutare chi è in difficoltà è qualcosa di innato per noi». La voce arriva a tratti, spezzata dalla linea che cade e poi riparte. Dall’altra parte del telefono c’è il dottor Alessandro Graziano, 38enne anestesista e rianimatore del Suem Usl 2 Marca trevigiana. Ci risponde dall’ospedale da campo di Caraballeda, città costiera venezuelana tra le aree più colpite dal terremoto. Attorno a lui ci sono macerie, feriti, medici, volontari e una popolazione che sta provando a rialzarsi. Il dottor Graziano è partito il 26 giugno nell’ambito della missione coordinata dalla Regione e dal Dipartimento nazionale della Protezione Civile per portare soccorso alle popolazioni colpite dal sisma. Con lui ci sono anche Marco Condotta, infermiere certificato Suem Usl 3, e Daniele Pomiato, infermiere referente Grandi Emergenze della Regione Veneto, sempre del Suem Usl 3.

Dottore, dove vi trovate adesso? «Siamo impegnati in diversi ospedali civili e in due strutture nella zona più colpita dal terremoto. Noi, come personale veneto, siamo di turno nell’ospedale più vicino all’area terremotata, dove è stato allestito un ospedale da campo dentro una tendopoli». Che cosa vedono i suoi occhi? «Macerie, edifici distrutti, ma anche la voglia di non arrendersi. La popolazione civile sta lavorando insieme alle forze governative e ai soccorritori internazionali per aiutare chi è rimasto coinvolto. Il lavoro è continuo, svolto in sinergia, con l’obiettivo di portare il massimo aiuto possibile». Che cosa l’ha colpita di più? «L’accoglienza. Fin da subito ci siamo sentiti quasi come a casa. All’arrivo in aeroporto la popolazione ci ha applaudito e, in ogni attività di soccorso, sentiamo un sostegno fortissimo. Le nostre competenze vengono riconosciute e integrate nel lavoro con i sanitari locali». Vi sentite, quindi, parte di una squadra più grande? «Sì, c’è un dialogo costante. La vice ministra della Salute è venuta a parlarci direttamente per capire come ottimizzare la nostra presenza. Lavoriamo con materiale nostro, ma soprattutto insieme alle forze locali, ai medici volontari e alle strutture governative». Come funziona la missione ogni giorno? «Lavoriamo su turni. In base alle necessità indicate dalle autorità locali, dalla Protezione civile e dai nostri referenti, veniamo distribuiti nelle diverse postazioni di soccorso. È un’organizzazione complessa, ma indispensabile». Quanti feriti prendete in carico? «Difficile stimarlo, c’è un afflusso continuo. Ci occupiamo di pazienti critici, adulti e pediatrici. Ogni caso è diverso e ogni intervento richiede attenzione. Non posso dire che ci siano situazioni semplici, ma siamo formati per affrontare anche scenari molto impegnativi». La terra continua a tremare? «Sì, abbiamo sentita una forte scossa anche noi, pur trovandoci a circa un’ora di macchina dall’epicentro. Sono momenti che ricordano quanto il contesto resti fragile e quanto sia necessario mantenere sempre alta l’attenzione». Quando ha ricevuto la chiamata per partire, ha esitato? «No, ho dato subito la mia disponibilità, non ci ho pensato due volte. In questi anni abbiamo seguito una formazione specifica che ci permette di affrontare scenari complessi in modo strutturato, competente e professionale» Qual è stata la parte più difficile prima di arrivare lì? «Lasciare casa, famiglia e quotidianità. È un aspetto impegnativo del nostro lavoro. Ma chi accetta queste missioni sa che deve mettere la propria professionalità al servizio degli altri, anche in contesti lontani. La testa, lo spirito e il corpo sono qui ad aiutare la popolazione venezuelana». Sente di voler ringraziare qualcuno? «Il mio ringraziamento va al Dipartimento nazionale della Protezione civile, che con i suoi referenti locali riesce a rispondere alle nostre esigenze e a ottimizzare il nostro lavoro, facendoci sentire supportati in ogni aspetto. Ringrazio anche il Creu, che ha dato fin da subito la possibilità concreta di intervenire in questa emergenza».