Una foto sfocata scattata con uno smartphone Google Pixel non porta subito a pensare a un’impostazione sbagliata. Viene più naturale pulire il vetro della fotocamera, controllare la cover, dare la colpa a una lente sporca o a un riflesso. Eppure, con gli smartphone di oggi la qualità dell’immagine non dipende solo dal sensore, ma anche dalle scelte automatiche dell’app Fotocamera. Il telefono può montare un sensore principale da 50 megapixel e, allo stesso tempo, produrre file da circa 12 megapixel per impostazione predefinita.

Google ha costruito la reputazione fotografica dei suoi Pixel su un’idea precisa: usare hardware solido, ma soprattutto tanta elaborazione computazionale. Dal Pixel 2 in poi, funzioni come HDR+, Night Sight, Super Res Zoom, fusione di più esposizioni e riduzione del rumore hanno fatto percepire i Pixel come telefoni capaci di ottenere immagini molto convincenti anche senza sensori enormi. Con i modelli Pro più recenti, però, si è aggiunto un altro livello: i controlli professionali permettono di scegliere la risoluzione dello scatto, passando dalla modalità standard da 12 MP alla modalità ad alta risoluzione da 50 MP.

I Pixel Pro recenti integrano una fotocamera principale da 50 MP, affiancata da sensori ad alta risoluzione per ultra-grandangolo e teleobiettivo nonché zoom ottico 5x. Nella modalità automatica, però, l’app Pixel Camera tende a usare l’output a 12 MP perché sfrutta il cosiddetto pixel binning: più fotodiodi del sensore contribuiscono a formare un singolo pixel finale, con benefici evidenti in condizioni di scarsa illuminazione e con tempi di elaborazione più rapidi. Il risultato può apparire più pulito e meno rumoroso, ma non sempre più dettagliato. Se si fotografa un paesaggio ricco di texture, una facciata, un documento, un panorama urbano o una scena con elementi fini, la modalità a 50 MP può restituire una nitidezza superiore.