Vibo Marina, per una volta, è finita al centro di una scena internazionale senza doversi accontentare delle briciole cadute dal tavolo di Tropea o di Pizzo. Nel porto vibonese è arrivato Tilman J. Fertitta, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, a bordo del suo gigantesco yacht Boardwalk, 117 metri di lusso, potenza e diplomazia galleggiante. Uno spettacolo che, piaccia o no, ha acceso i riflettori su un luogo che da decenni potrebbe essere una miniera e invece continua troppo spesso a somigliare a una promessa tradita.

Fertitta è arrivato nell’ambito del “Freedom 250 Coastal Diplomacy Italy Tour”, iniziativa promossa per celebrare i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana e gli 80 anni della Repubblica Italiana. Ha incontrato autorità e istituzioni, ha visitato il porto, ha parlato con il territorio, ha fatto tappa allo stabilimento Baker Hughes. E soprattutto ha detto una cosa semplice, quasi banale, ma da queste parti rivoluzionaria: Vibo Marina è bella, ha potenzialità, può attrarre investimenti. Sembra poco. Invece è moltissimo.

Fertitta scopre Vibo Marina: “Pensavo a una città portuale, invece è un posto straordinario”

L’ambasciatore americano non si è limitato ai convenevoli da cerimoniale. Ha guardato il porto, il lungomare, la città, e ha consegnato una fotografia che dovrebbe far arrossire chi amministra, chi progetta, chi decide e spesso non decide nulla. “Quando ho scelto questa città pensavo di arrivare in una semplice città portuale, invece è un posto straordinario, bellissimo“, ha detto Fertitta. E ancora: “Sono rimasto davvero colpito da Vibo“. Parole che, dette da un ambasciatore degli Stati Uniti, non sono una cartolina per turisti distratti. Sono un messaggio politico, economico, istituzionale. Perché se un rappresentante di Washington arriva nel porto di Vibo Marina, incontra le istituzioni, visita una realtà produttiva come Baker Hughes e parla apertamente di investimenti americani, più che parlare di quanto sia grande il suo yacht bisognerebbe interrogarsi su quanto sia piccola, spesso, la visione di chi vive qui e continua a considerare normale il degrado.