Quando Agazio Loiero, nel 2005, fu eletto presidente della Regione Calabria, il primo atto ufficiale che fece fu di recarsi a Marcinelle, in Belgio, per rendere omaggio ai minatori calabresi caduti nell’esplosione della miniera carbonifera che accadde giusto 70 anni fa. Ogni anno, quando arriva l’estate, si ricorda la tragedia di Marcinelle, che accadde, appunto, l’8 agosto del 1956, nella miniera di Bois du Cazier in Belgio. Un’esplosione di grisù costò la vita a 262 persone, di cui 136 italiani. Tra loro, c’erano quattro minatori calabresi: Antonio Danisi di Reggio Calabria – sposato con 4 figli, Pasquale Papa di Reggio Calabria – sposato con 4 figli, Pietro Pologruto di Petrizzi (CZ) e Vincenzo Sicari di Rosarno (RC). Questi ultimi due sposati senza figli.
Cosa c’è di nuovo rispetto agli altri anni? Il romanzo – verità
Niente, salvo la rilettura del saggio che scrisse, a suo tempo, il giornalista del Corriere della sera, Paolo Di Stefano, che pubblicò per Sellerio nel 2011, il libro “La catastròfa. Marcinelle, 8 agosto 1956”. Perché la catastròfa? Tale espressione – metà dialetto e metà francese – riguarda, appunto, l’incendio scoppiato a 975 metri sottoterra in una miniera del distretto carbonifero di Charleroi. Il messaggio più scomodo che viene, in queste pagine di Di Stefano, dalle parole dei superstiti è che essi furono e si sentirono orfani non solo della miniera ma, una seconda volta, orfani della Patria. Al di fuori delle celebrazioni rituali, la tragedia di Marcinelle è caduta, da subito, in un colpevole oblio: questo libro la racconta, riportando alla memoria l’epica spesso dolorosa della nostra emigrazione. Una sorta di romanzo-verità, a più di mezzo secolo di distanza, che non usa altre parole se non quelle ricche di fervore delle vittime e quelle avare dei documenti ufficiali di raggelante insensibilità. Le loro voci portano il lettore nei cunicoli arroventati della miniera incendiata, negli anfratti dov’era cercato disperato rifugio, e su in superficie tra i pianti delle famiglie, il frastuono dei soccorsi e le frasi sgomente delle prime dichiarazioni; lo conducono lì intorno, nelle baracche e le botteghe dove si svolgeva la vita interrotta. E scorrono poi avanti e indietro nel tempo rispetto al presente della tragedia: ai paesi d’origine, tra poesia del ricordo e miserie primitive, all’incredibile assenza dello Stato italiano (non fu visto un presidente, non un ministro), alla parzialità dell’inchiesta successiva, all’inerzia della giustizia, e infine al solitario, silenzioso e fiero riadattamento alla vita straniera di chi rimase. Questo libro induce a riflettere su diverse parole-chiave, quali: lavoro, dignità, sicurezza, emigrazione, patria, giusta remunerazione. Parole incerte e bisognose, oggi come allora, di chiarezza.






