Da una parte il muro alzato dalle grandi aziende di trasformazione, intenzionate a non superare l’attuale soglia di 51 centesimi al litro. Dall’altra, le associazioni agricole furibonde per una «fumata nera» che non rivede al rialzo i prezzi pugliesi dopo che il Nord li ha recentemente aumentati. Nel mezzo, una trattativa che non si è estinta con il tavolo regionale di ieri pomeriggio ma che è destinata a riprendere a strettissimo giro per vie formali e informali. Chi continua a tessere la tela è l’assessore regionale Francesco Paolicelli che non getta la spugna e rilancia: «Attraversiamo una fase particolare in cui si produce poco e si vende molto. È necessario uno sforzo da parte dei trasformatori. La Puglia aveva fissato un prezzo superiore di quattro punti a quello del Nord e più alto rispetto alle altre regioni meridionali. Ora l’importante è che non si torni indietro».

Il meccanismo è noto: il Nord fissa - al tavolo ministeriale - il costo che i trasformatori pagano ai produttori e, poi, al Sud la stessa cifra è rivista al rialzo in virtù dei maggiori costi di produzione sostenuti a queste latitudini. Qui l’elemento distintivo è certamente la maggiore qualità del prodotto ma i volumi sono nettamente inferiori: una stalla produce nel Tacco circa 15 quintali di latte al giorno, le mega-produzioni padane arrivano anche a 500. Un abisso. Ognuno, insomma, fa il suo: c’è chi guadagna dalla quantità e chi invece da una azione mirata legata all’eccellenza della materia prima.