In questi giorni molti italiani mi hanno fatto la stessa domanda: «Perché voi iraniani non tifate la vostra Nazionale?». La risposta non è nel calcio, è nella politica. Prima del torneo, il difensore Shoja Khalilzadeh aveva promesso che, se avesse segnato, avrebbe dedicato il gol alla Guida Suprema della Repubblica Islamica. E così ha fatto: contro l’Egitto, nei minuti di recupero, ha esultato dopo aver trovato la rete. Ma pochi secondi dopo il Var ha annullato tutto per fuorigioco. Il gol è stato cancellato, ma il messaggio, no.
Per anni i giocatori della Nazionale hanno ripetuto: «Noi non facciamo politica. Siamo qui solo per rendere felice il popolo». Eppure uno di loro sceglie di dedicare il proprio gol al simbolo di un potere che ha represso, incarcerato e ucciso migliaia di iraniani. La neutralità, a questo punto, è una finzione. Se restare in silenzio davanti al potere è già una scelta, celebrarlo è una dichiarazione.
La contraddizione emerge anche dalle parole di Mehdi Taremi, il calciatore iraniano più conosciuto in Italia perché ha giocato nell’Inter. In conferenza stampa ha criticato senza esitazioni l’organizzazione del torneo, i problemi con i visti, i viaggi, la Fifa e gli Stati Uniti. Dunque la voce c’è. Il coraggio di parlare esiste. Ma solo quando il bersaglio è all’esterno dell’Iran. Perché quella stessa franchezza scompare quando si tratta degli stadi vietati alle donne, degli atleti perseguitati per una frase o dei manifestanti uccisi nelle strade.







