Il linguaggio religioso diventa un lessico di guerra
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«Distruggere i kuffar utilizzando i nostri coltelli». È una delle frasi pubblicate nel gruppo Telegram Ikhwan, «Fratellanza», collegato al canale Malhama Horizon, espressione che richiama l’orizzonte della «Grande Battaglia o Apocalisse» nella traduzione esegetica islamista. Poche parole, ma abbastanza per capire che la propaganda jihadista non ha più bisogno di proclami solenni. Basta una chat, un simbolo evocativo, una promessa di appartenenza, un nemico da indicare e un’arma qualunque da trasformare in destino. La chat è formata da poco meno di 20 membri, con conversazioni in inglese e bosniaco. Uno di questi ha pubblicato l’invocazione minacciosa sui «kuffar», i miscredenti. Un altro account ha dichiarato di scrivere dal Belgio. Pochi elementi, ma sufficienti a mostrare la natura transnazionale di queste micro-comunità digitali: stanze ridotte, mobili, difficili da seguire, dove il linguaggio religioso diventa progressivamente un lessico di guerra.
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Nulla, in quell’universo, sembra casuale. Ikhwan non è solo un vincolo affettivo, ma l’idea di una comunità separata ma riconoscibile, chiamata a distinguersi dagli altri. In arabo al-Ikhwan al-Muslimin, ovvero la «Fratellanza Musulmani», riporta al movimento islamista fondato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna, con l’obiettivo di riportare la religione al centro della vita politica e sociale.






