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Salvatore Riggio

Pur di non lasciare vuoti gli spicchi di stadio riservati ai propri sostenitori la federazione qatariota ha assoldato appositi figuranti oltre alle 1000 persone tra fan club, giornalisti e familiari dei giocatori fatte venire dal Medio Oriente a spese degli sponsor

Il verdetto del campo è stato netto: il Qatar ha salutato il Mondiale senza lasciare tracce memorabili. Eppure, restano le polemiche e questa volta il pallone non c’entra. A infiammare il post-partita ci ha pensato la stampa britannica, sollevando perplessità attorno a una presunta operazione di «tifo organizzato a tavolino» per l’ultima sfida del girone contro la Bosnia a Seattle. Secondo il «Telegraph», la Federazione qatariota avrebbe arruolato veri e propri figuranti pur di non lasciare vuoti gli spicchi di stadio riservati ai propri sostenitori.

Un’accusa bizzarra che trasforma una normale trasferta calcistica in un casting, con comparse pronte a sgolarsi per una nazionale mai seguita prima in cambio di biglietti e hotel gratis. In realtà, un piano di trasferte agevolate era già noto. Alla vigilia del torneo, Doha aveva annunciato un programma di sponsorizzazioni con Qatar Airways per coprire i costi di circa mille persone tra fan club, giornalisti e familiari dei giocatori, con l’obiettivo di garantire un’atmosfera calda. A Seattle, però, la Federazione si sarebbe spinta oltre: di fronte alla prospettiva di uno stadio dominato dai tifosi bosniaci, gli emissari avrebbero reclutato residenti americani, studenti e chiunque fosse disposto a fingersi ultrà. Le testimonianze raccolte delineano contorni quasi cinematografici.