Il 15 giugno il New Yorker ha pubblicato una lunga inchiesta firmata dalla giornalista britannica Heidi Blake su Andrew Tate e sul sistema di potere costruito attorno a lui e al fratello Tristan. È un lavoro di nove mesi, basato su migliaia di messaggi privati, documenti interni, atti giudiziari, file dei procuratori e interviste ai Tate, a collaboratori e a più di una dozzina di presunte vittime.
“L’impero di abusi di Andrew Tate” ricostruisce così la parabola dell’influencer americano con cittadinanza britannica. Da ex kickboxer, Tate è diventato un imprenditore del porno online e una figura globale della manosfera. Un marchio costruito con pornografia, misoginia, ostentazione della ricchezza, corsi di auto-miglioramento maschile, reti social e relazioni politiche.
L’inchiesta arriva mentre la vicenda giudiziaria dei fratelli Tate torna a muoversi. Pochi giorni dopo la pubblicazione, infatti, le autorità romene hanno ampliato le indagini su Andrew Tate con nuove accuse di sfruttamento sessuale e riciclaggio. Tristan Tate è stato mandato a processo in Romania insieme a Georgiana Naghel, figura vicina ai fratelli, in un caso separato legato all’accesso illegale a dispositivi elettronici e alla pubblicazione non consensuale di contenuti espliciti. Tristan è accusato anche di aver aggredito una donna come “punizione” perché si rifiutava di continuare a filmare contenuti pornografici.Secondo il materiale raccolto da Blake, la struttura dell’impero Tate si fondava su un metodo ricorrente: reclutare donne attraverso relazioni sentimentali, promesse di amore e prospettive di ricchezza. Le donne venivano poi spostate in case controllate dai fratelli, isolate dalle reti familiari e sociali, limitando i loro movimenti e spingendole verso webcam, OnlyFans e altri contenuti pornografici.






