Kyriakos Pierrakakis, avido lettore di Umberto Eco e una delle stelle dell’empireo politico greco, in odore di successione al primo ministro Kyriakos Mitsotakis, è oggi il presidente dell’Eurogruppo, l’istituzione europea che racchiude i ministri delle finanze dei 21 Paesi che condividono la moneta unica. Sono passati solo 11 anni dalla drammatica riunione di quel luglio 2015 in cui la Grecia, culla d’Europa, rischiò di uscire dall’Unione. «Il fatto che oggi un ministro delle Finanze greco sia diventato presidente dell’Eurogruppo è la migliore dimostrazione dei progressi compiuti dal Paese», dice nel suo ufficio all’interno del Consiglio europeo a Bruxelles.Gli scandali relativi ai fondi agricoli non rischiano di compromettere nuovamente la ritrovata credibilità?«La Grecia oggi presenta stabilità politica, stabilità fiscale, crescita economica superiore alla media europea e una rapida riduzione del debito pubblico. Stiamo inoltre rimborsando in anticipo i prestiti del primo programma di salvataggio dell’Fmi. La fiducia degli investitori è molto più forte rispetto al passato».Come risponde alle accuse di corruzione nella gestione dei fondi europei?«Quando abbiamo individuato problemi nella gestione dei sussidi agricoli abbiamo deciso di intervenire. Abbiamo trasferito le responsabilità all’Autorità indipendente delle Entrate, l’istituzione che ha ottenuto risultati importanti nella lotta all’evasione fiscale. Abbiamo riconosciuto il problema, ne abbiamo discusso pubblicamente e abbiamo chiesto il supporto delle istituzioni europee».A proposito di sostegno delle istituzioni europee, come valuta la flessibilità fiscale chiesta da Giorgia Meloni e recentemente accordata per gli investimenti in energia?«La posizione iniziale della Commissione era che non ci sarebbe stata alcuna deviazione dalle regole fiscali ma che si sarebbe valutato in funzione della situazione concreta e della gravità della crisi proveniente dal Medio Oriente. Con il passare dei mesi è diventato evidente che non ci trovavamo nello scenario migliore possibile e che la crisi continuava. Per questo la Commissione si è orientata verso una maggiore flessibilità fiscale, nell’ambito delle regole esistenti, per gli investimenti energetici. L’Fmi all’Eurogruppo ha mostrato che le misure temporanee, mirate e ben indirizzate sono quelle che funzionano meglio perché sono più eque dal punto di vista sociale. Le misure generalizzate favoriscono invece i segmenti più ricchi della popolazione. Ma c’è un secondo elemento ancora più interessante. L’Fmi ha affermato che la crisi che stiamo vivendo oggi è stata del 12 per cento meno grave di quanto sarebbe stata senza gli investimenti effettuati nel frattempo in infrastrutture energetiche. Esiste quindi una correlazione: ciò che si fa nel breve periodo deve essere coerente con le aspirazioni di lungo periodo. Quel 12 per cento spiega perché la Commissione abbia deciso di consentire questa ulteriore flessibilità fiscale per gli investimenti».Quali misure vi rientreranno?«Le discussioni sono ancora in corso ma dovranno contribuire a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come grandi progetti di investimento nelle energie rinnovabili o nelle infrastrutture di rete elettrica. Potrebbero anche includere sussidi alle famiglie o alle imprese che riducano la dipendenza dai combustibili fossili sostituendo gli impianti di riscaldamento domestici alimentati a gas o gasolio con pompe di calore e pannelli solari oppure incentivi alla mobilità elettrica».Veniamo alla politica industriale comune…«Credo che la tecnologia debba essere un elemento centrale della discussione. Abbiamo bisogno di definizioni comuni di ciò che significa. A mio avviso, sovranità non deve essere sinonimo di autonomia. Dobbiamo capire in quali settori possiamo rafforzare i nostri campioni industriali e trasformarli in campioni europei, non soltanto nazionali; dobbiamo individuare i settori in cui possiamo costruire un vantaggio competitivo se ancora non lo possediamo. In passato ci siamo riusciti in alcuni casi, ma non possiamo farlo ovunque: dobbiamo selezionare i settori davvero strategici per il nostro successo e per una maggiore sovranità economica. Negli altri settori dobbiamo essere consapevoli del fatto che la sovranità può essere ottenuta non necessariamente attraverso la proprietà degli asset, ma attraverso il controllo e una regolamentazione intelligente».Cosa intende per controllo?«Prendiamo l’esempio del cloud. Due terzi del mercato cloud europeo è nelle mani dei giganti americani mentre non esiste ancora un vero campione europeo. In questo caso una regolamentazione intelligente, per esempio costi di trasferimento nulli o quasi nulli tra i diversi fornitori, potrebbe essere la soluzione. Se disponiamo di risorse limitate, dobbiamo concentrare gli investimenti sulle imprese che hanno la possibilità di diventare campioni continentali e competitori globali. Attorno a queste imprese bisogna creare ecosistemi. Senza una strategia chiara su dove investire è difficile affrontare temi come l’IA. Ma l’obiettivo non è costruire una versione europea di tutto: non abbiamo il budget per farlo».Qualche esempio?«Pensiamo al ruolo svolto da Asml nei Paesi Bassi. Oppure a Mistral AI. Uno dei miei esempi preferiti sono le infrastrutture 5G. Durante la competizione globale tra Usa e Cina sul 5G, l’Europa disponeva di due campioni industriali di livello mondiale: Ericsson e Nokia. Avremmo potuto sfruttare questa opportunità per costruire un intero ecosistema industriale attorno a loro se avessimo avuto un unico mercato europeo delle telecom. Invece continuiamo ad avere 27 regolatori nazionali. L’amministratore delegato di Deutsche Telekom deve confrontarsi con numerose autorità di regolazione nei vari Paesi europei mentre negli Usa T-Mobile dialoga con un unico regolatore federale. Questa frammentazione rappresenta un ostacolo. In Grecia abbiamo destinato il 25 per cento dei proventi delle aste per le frequenze alla creazione di un fondo che poi ha finanziato startup legate allo sviluppo del 5G e del relativo ecosistema. Ma la Grecia non possiede la scala necessaria per ottenere i risultati richiesti. Lo scenario vincente sarebbe stata un’unica asta europea dello spettro radio e poi utilizzare quel 25 per cento in tutta l’Unione. Avremmo potuto creare un grande fondo europeo che investisse in tutto il mercato unico in startup collegate allo sviluppo del 5G. Se lo avessimo fatto, avremmo avuto una vera politica industriale in un settore nel quale possedevamo già un vantaggio competitivo. L’Fmi ha calcolato che il costo delle barriere esistenti nel settore dei servizi equivale a un dazio del 110 per cento tra gli Stati membri. Dobbiamo eliminare queste barriere per creare crescita e occupazione».E come?«Per esempio attraverso l’Unione del risparmio e degli investimenti (Uri). Tutta la regolamentazione e la legislazione che stiamo proponendo – compresi gli strumenti pensionistici europei – ha come obiettivo quello di rimuovere questi ostacoli. Per i cittadini è difficile capire immediatamente cosa significa nella vita reale. Se chiediamo «che cosa ha fatto l’Europa per voi?» di solito rispondono il roaming gratuito, l’Erasmus e i fondi strutturali. Ma l’Uri può significare molte cose: una startup che assume dimensioni europee, risparmi improduttivi indirizzati verso investimenti produttivi, banche più grandi e più consolidate».Il caso Unicredit-Commerzbank non dimostra mancanza di volontà politica?«Le potrei citare il dato che Unicredit ha acquisito oltre il 30 per cento della greca Alpha Bank. L’Europa si sta muovendo. La domanda non è se accadrà. La domanda è quanto velocemente riusciremo a farlo».Che cosa manca ancora all’euro per competere con il dollaro e ormai anche lo yuan come valuta globale?«Stiamo assistendo alla digitalizzazione dell’intero sistema finanziario mondiale. Gli Usa hanno scelto una strategia fondata sull’innovazione privata e sulle stablecoin. Hanno deciso di non creare un dollaro digitale pubblico. L’Europa ha scelto la costruzione di un’infrastruttura pubblica, l’euro digitale, entro il 2029. Attorno a questa infrastruttura e al suo quadro regolatorio, potrà svilupparsi anche l’innovazione privata. Oggi circa il 95 per cento delle stablecoin mondiali è ancorato al dollaro e meno dell’1 per cento all’euro. Per questo il progetto dell’euro digitale è strategico».Ritiene che verrà accettato di buon grado?«Sono stato ministro della Digitalizzazione in Grecia dal 2019 al 2023. Quando abbiamo iniziato, la Grecia era probabilmente il Paese più burocratico d’Europa. Oggi abbiamo digitalizzato oltre 2.200 servizi pubblici attraverso una piattaforma unica. Quando mi chiedevano come avrei convinto i cittadini della bontà della trasformazione digitale, rispondevo sempre allo stesso modo: l’unico modo per convincerli è farlo. Una volta ottenuti risultati concreti, la digitalizzazione è diventata una delle riforme più popolari nella storia recente della Grecia».L’euro digitale aumenta anche la sovranità europea?«Assolutamente sì. Tuttavia dobbiamo prima chiarire cosa intendiamo per sovranità. In Europa utilizziamo spesso questa parola attribuendole significati diversi. Per alcuni significa autonomia. Per altri significa controllo. Per altri ancora proprietà. Dobbiamo convergere su una definizione comune. Solo così potremo costruire una strategia condivisa. L’Europa oggi ha davanti a sé un “dividendo dell’ovvio”: l’Unione del risparmio e degli investimenti, l’eliminazione delle barriere interne, la costruzione di una politica industriale europea e il rafforzamento della sovranità tecnologica ne sono tutti esempi. È tempo di agire».