di
Marco Molino
Un appassionato raccoglie in una chiesa e usa vecchie macchine da stampa (tutte funzionanti). Per salvare una cultura straordinaria a rischio
(BdI n. 1.097) Siamo davvero intimiditi al cospetto della possente Lynotipe, questa nera divoratrice di parole ancora capace di comporre matrici e testi a ritmi infernali. Anche se oggi è stranamente silenziosa: «Si sono rotte le resistenze della caldaia e i pezzi di ricambio ovviamente non si trovano più», ci spiega Carmine Cervone mentre infila coraggiosamente le mani nelle viscere del Moloch di metallo. «Ho trovato un’azienda che mi ricostruisce le resistenze uguali alle originali. Per sostituirle devo però svuotare prima il piombo che le salda alla macchina, è un blocco unico che va fuso. Difficile, ma troverò una soluzione». E un modo lo trova sempre, questo tipografo sognatore, per riuscire a realizzare i suoi piccoli e grandi progetti maturati nell’affollato laboratorio dell’Anticaglia, nel cuore dei decumani partenopei, dove ogni giorno coincidono metodi di lavoro e filosofia di vita. «Io parto sempre dalle piccolissime cose – confida – come la carta che riciclo maniacalmente. Con le strisce e i frammenti ci faccio i miei biglietti da visita». Il suo banco intriso d’inchiostro è un minuscolo presidio culturale e artigiano che ha alimentato, nel fervore del lavoro quotidiano, la passione per la storia di questo mestiere, radicata idealmente nelle antiche macchine tipografiche (tutte funzionanti) che ha salvato dall’oblio e che attualmente sono esposte in una cinquecentesca chiesa a pochi passi dal suo laboratorio. È lì dentro, tra i marmi di epoca barocca, che finalmente Cervone può dare libero sfogo alla sua missione divulgatrice e didattica perché i tradizionali processi di stampa, ne è convinto, «possono ancora alimentare la creatività contemporanea».






