Nel 1992, durante la guerra in Bosnia Erzegovina, due fotografi serbi documentarono l’uccisione di un uomo bosniaco a Brčko. La storia di un’immagine che ancora oggi solleva molti interrogativi sull’etica del giornalismo
“Forse potrebbe aiutarmi a capire una cosa che mi lascia molto perplesso. Qui abbiamo almeno dieci foto, immagini in sequenza di un’esecuzione. Mi chiedo come possano essere state scattate. Come può qualcuno portare con sé un fotografo e farsi ritrarre mentre uccide in questo modo?”, chiede il 22 settembre 1999 il giudice Fouad Riad del Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia.
Il processo al serbo-bosniaco Goran Jelisić è già in corso da quasi un anno. Jelisić, che ha 31 anni, si è dichiarato colpevole, tra le altre cose, dell’omicidio di tredici persone durante la guerra in Bosnia Erzegovina, durata dal 1992 al 1995. In tribunale viene mostrata una serie di fotografie che ritraggono l’imputato mentre uccide un uomo a sangue freddo. Sono state scattate da un fotografo professionista e distribuite in tutto il mondo dall’agenzia di stampa Reuters.
Il procuratore Geoffrey Nice descrive la prima foto: sulla destra si vede l’imputato, porta una camicia azzurra a maniche corte, nella mano destra abbassata tiene una pistola con silenziatore. Alla sua sinistra cammina un uomo in uniforme militare con un fucile automatico. Altri due uomini camminano davanti a loro: uno indossa una giacca di pelle marrone, l’altro un maglione beige. Sono in una stradina senza uscita, in fondo alla quale giacciono a terra diversi corpi senza vita.






