Gioia Messico, disastro totale Repubblica Ceca. Da una parte c’è chi si qualifica non incassando nemmeno una rete in 270 minuti, e sin qui vi sono riuscite solamente Spagna e Argentina (ma entrambe devono ancora giocare la terza gara), dall’altra chi se ne torna mestamente a casa in coda a tre gare dei gironi una peggio dell’altra. E dire, che tutti si aspettavano una Cechia diversa e in lotta per conquistare, sino all’ultimo, un posto nei sedicesimi. Aveva un solo risultato a disposizione la nazionale di Koubek, al cospetto di chi, il Messico, il traguardo lo aveva tagliato con una giornata di anticipo. Insomma, vi erano tutte le premesse affinché la sfida, quantomeno sotto il profilo motivazionale, potesse avere un’unica direzione. E invece, lo 0-3 finale senza alcun di tipo storia, ha raccontato la voglia di continuare a stupire dei sudamericani e l’incapacità di abbozzare la ben che minima reazione d’orgoglio degli europei. Nulla è stato assorbito dalle dichiarazioni rilasciare dal dirigente federale Pavel Nedved, campionissimo che quando in campo c’era da spendersi al massimo delle forze, lasciava tutto e anche più. Quella “furia ceca”, soprannome proprio dell’ex juventino che ne raffigurava alla perfezione l’essere, non si è mai vista. A Città del Messico, il proscenio è stato tutti per gli uomini di Aguirre, specialmente per il Memo Ochoa, simbolo ultraventennale messicano, a cui il cittì ha regalato uno scampolo di gara, permettendogli di presenziare (apparizione numero 154 con il Messico, verosimilmente l’ultima con la maglia del suo paese) alla veneranda età di 40 anni e prossimo ai 41. Nella schiera dei “vecchietti”, c’è spazio quindi anche per il portiere che dal 2006, sedendosi in panchina in occasioni dei Mondiali del 2006 e del 2010, non è mai mancato. Poco, se non pochissimo, in termini tecnici ha raccontato la gara. Scialba la prima frazione, maggiormente movimentata la seconda con le tre reti messe a segno. Due quelle realizzate dai messicani in appena 6’, la prima grazie a Mateo Chavez, la seconda Quinones, lesto ad approfittare del goffo rinvio di Holes sulla schiena dell’altro messicano Sanchez. Partita in cassaforte, Messico in controllo totale, Repubblica Ceca inerme. Situazione ideale per regalare la passerella d’onore ad Ochoa - acclamatissimo dalla gente che voleva salutarlo esattamente come avrebbe meritato - al sesto Mondiale in carriera. Entra al posto di Rangel e conserva l’inviolabilità della porta: missione compiuta. A chiudere i giochi, poi, Fidalgo, subentrato nel recupero.