Il corpo dello scalatore con gli scarponi verdi è un punto di riferimento dal 1996 per gli alpinisti di passaggio. Ora l'India vuole riportarlo a casa: quali requisiti bisogna avere per la missione estrema
Trent’anni dopo la sua morte in una piccola grotta di calcare vicino alla cima del Monte Everest, il corpo dello scalatore noto a tutti solo come “Green Boots” (dai suoi scarponi verdi, di marca Koflach) potrebbe finalmente tornare a casa. Secondo quanto riportato dal Guardian, una nuova e complessa spedizione voluta dall’India nella famigerata “zona della morte” non solo tenterà di recuperare la salma, ma potrebbe risolvere definitivamente un mistero lungo decenni. Per anni infatti si è creduto che “Green Boots” fosse Tsewang Paljor, un alpinista indiano deceduto durante l’ascesa nel 1996. Ma oggi si ha motivo di credere che in realtà quel corpo non sia il suo.
Il mistero sull’identità: chi è veramente “Green Boots”?
Dal 1996, anno in cui l’alpinista perse la vita durante una tremenda tempesta di neve (la stessa documentata nel bestseller Aria Sottile di Jon Krakauer), si è sempre creduto, pur senza conferme ufficiali, che “Green Boots” fosse il climber indiano, Tsewang Paljor. Ma ora le certezze vacillano. Le autorità indiane hanno pubblicato un bando, visionato dal quotidiano britannico, per il recupero del corpo. Peccato che la salma venga identificata ufficialmente come Dorje Morup, e non Paljor. Entrambi facevano parte della stessa spedizione indiana e morirono lo stesso giorno nei pressi della vetta. «È un mistero per me il motivo per cui all’improvviso l’identità sia cambiata», spiega al Guardian Alan Arnette, noto alpinista e blogger statunitense. «Sono felice che lo stiano riportando giù, ma sarà un compito macabro».











