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I surfisti di Gaza trasportano le loro tavole tra tende ed edifici distrutti per raggiungere la spiaggia di Gaza City, dove continuano a surfare nonostante il rischio di attacchi israeliani. “Ci permette di respirare e ci fa sentire al sicuro“, dice un surfista. “Le mie speranze sono state quasi infrante, ma spero ancora di continuare a coltivare questo talento fuori dalla Striscia di Gaza. Come atleti a Gaza, siamo isolati dal resto del mondo. È un mio diritto praticare questo sport con altri Paesi al di fuori di Gaza e partecipare a competizioni internazionali. A Gaza non c’è nulla a cui si possa aspirare se non il mare”, ha spiegato il giovane ragazzo.

Poi la conclusione: “L’unica valvola di sfogo a Gaza è il mare. Senza, la vita sarebbe svanita da tempo. Prima della guerra avevamo creato una squadra di surfisti, composta da 17 persone. Ma purtroppo è scoppiata la guerra nella Striscia di Gaza e di quei 17 surfisti ne sono rimasti solo 3. Io e altri due. Affrontiamo molte difficoltà perché non ci sono le tavole da surf, ognuno di noi ne ha una e se si rompe, non ne abbiamo un’altra“.

A cavalcare le onde in un terreno oggetto di guerra, morti e bombe, anche un altro dei tre surfisti rimasti a Gaza: “Per noi queste tavole sono dei veri e propri tesori, perché perderne una o vedersela confiscata minaccia la nostra possibilità di continuare a fare sport. La nostra ha 17 anni e ce ne prendiamo cura perché perderla significherebbe non poter più fare questo sport”.