Wyndham Clark ha conquistato per la seconda volta lo US Open, resistendo al ritorno degli inseguitori in un ultimo giro che il campo di Shinnecock Hills ha trasformato in una prova di sopravvivenza, un vantaggio costruito nei primi tre giorni che si è progressivamente assottigliato sotto la pressione di Sam Burns e Scottie Scheffler. Quando il campo ha iniziato a respingere tutti, Clark è stato l’unico a non crollare. I suoi par, conquistati con sangue freddo su un percorso duro e flagellato dal vento, gli sono valsi il secondo US Open in quattro anni e la consacrazione tra i grandi del golf. Tre anni fa a Los Angeles aveva sorpreso tutti battendo Rory McIlroy di un colpo, oggi nessuno può più considerarlo una sorpresa.Dietro la vittoria di Clark, alcune storie raccontano meglio di ogni classifica la settimana di Long Island. La più sorprendente riguarda i cinque amateur capaci di superare il taglio, singolare nel golf contemporaneo. Lo US Open continua ad essere l’unico major profondamento democratica. Attraverso un sistema di qualificazioni aperto, qualunque golfista americano può tentare la propria fortuna. Migliaia si presentano ogni anno ai tornei di selezione, per qualche giorno uno studente universitario, un professionista di provincia o un giovane dilettante possono ritrovarsi sullo stesso tee di Rory McIlroy o Scottie Scheffler. In un’epoca di sponsor miliardari e circuiti sempre più esclusivi, è una tradizione che mantiene intatto il fascino del torneo.Poi ci sono i miracoli che non si avverano o le storie che tutti finiranno per dimenticare come quella di Joaquín Niemann. Il cileno chiude il torneo a un solo colpo sopra il par nonostante un incredibile 11 alla sesta buca del primo giro, 7 colpi persi in una buca, due drive fuori limite cui si aggiungono due colpi di penalità assegnati dai giudici, un fatto raro, per aver scaraventato il bastone a terra in un momento di rabbia. Senza quella buca, facile dirlo a posteriori, il 126° US Open avrebbe potuto avere un altro protagonista. L’Europa si è presentata quest’anno al torneo con trentatré giocatori, una pattuglia impressionante con Tyrrel Hatton, Justin Rose, Aaron Rai e Tommy Fleetwood arrivati alla fine in posizioni di vertice. Tra gli altri, Rory McIlroy è restato in corsa fino al sabato mentre l’Italia è sostanzialmente assente, salvo Filippo Celli che arrivato attraverso le qualificazioni, ha portato almeno una presenza azzurra dentro il torneo più severo del golf mondiale.L’uomo che avrebbe potuto cambiare la storia di questo US Open, il numero uno al mondo Scottie Sheffler, ha combattuto fino all’ultimo senza riuscire, per cinque colpi, a completare il tanto atteso “career grand slam”, nonostante un gioco solidissimo, soprattutto fuori dal green. Shinnecock Hills ha fatto il resto. Vento, rough, bunker implacabili e pochissimi margini d’errore hanno trasformato ogni buca in una prova di resistenza. Solo tre giocatori hanno terminato sotto par. In condizioni così dure, non basta colpire bene la palla, serve restare lucidi quando tutto invita all’errore. Wyndham Clark lo ha fatto meglio di chiunque altro, aggrappandosi ai suoi par nei momenti decisivi. A Shinnecock Hills ha vinto lui, l’ultimo a cedere alle insidie del campo.Corrado Beldì Caratteri: 2.876Caratteri: 3.000