AGORDO (BELLUNO) - Gli scialpinisti prima di uscire in escursione, si assicurano di avere con sé l’Artva, uno strumento trasmittente che facilita le ricerche e i soccorsi nel caso in cui venissero travolti da una valanga. «E allora perché non dotare anche i base jumper di un gps? Per noi sarebbe fondamentale». L’idea di Diego Favero non è scontata. Tutt’altro. È originale, ma allo stesso tempo brillante. Perché potrebbe cambiare radicalmente il lavoro di chi si pone alla ricerca delle persone scomparse. E il caso del 35enne finlandese lanciatosi con la tuta alare a novembre e ritrovato morto solo dopo sei mesi abbondanti è abbastanza eloquente. «Le tute alari sono un grosso problema per chi si occupa di soccorsi in montagna e ricerca persone scomparse» spiega in premessa il capo del Soccorso alpino di Agordo, che copre l’area di 7 Comuni e di gran parte dell’Agordino. «Un problema perché anche se sai da dove si buttano i base jumper, fai comunque sempre una gran fatica a trovarli. Motivo? I percorsi che fanno. Se li dicono tra di loro, gli amici li conoscono perfettamente. Ma basta un problema in volo, anche minimo, per stravolgere completamente l’itinerario. E va a finire che un piccolo spostamento si trasforma in centinaia e centinaia di metri rispetto alla traiettoria che avevano immaginato. Alla fine per i soccorsi diventa complicatissimo ricostruire i movimenti e concentrare le ricerche nel punto esatto». Favero porta anche un esempio: «Lo scorso anno un gruppo di jumper si è lanciato nella zona delle Pale di San Lucano. Uno di loro ha fatto un video, buttandosi in volo insieme all’amico. Erano a pochi metri l’uno dall’altro, mentre si trovavano in aria, e il video mostrava in maniera abbastanza nitida il punto dell’impatto di uno dei due. Eppure, abbiamo impiegato una giornata intera prima di trovarlo. Del resto, in volo coprono in pochi secondi distanze che a piedi richiedono ore. E poi vanno in posti davvero difficili da raggiungere». Da qui, la proposta: «Sarebbe l’ideale se avessero addosso qualcosa che aiuta le ricerche: tipo un sistema gps» dice Favero. «Anche perché si tratta di sport estremi, molto pericolosi: possono farsi male, infilarsi in posti che richiedono giorni per trovarli. E con un gps raggiungerli sarebbe molto più facile e meno dispendioso in termini di tempo ed energie».