Il colmo – ma ci saranno altri colmi, col tempo sembrerà un colmo minimo – è stato quando Instagram mi ha suggerito una maglietta da regalare a mia figlia. Sotto l’affermazione “ho una madre fantastica”, si leggevano una serie di cose su di me, il mio mese di nascita, il mio carattere, i miei svariati difetti, così esatte da non farmela comprare. E non era il Grande Fratello che vuole imporre t-shirt che indichino chiaramente l’indole. È qualcuno che fa magliette ed elabora le mie cose sui social con l’Ai per propormene una irrinunciabile. E propone cose sempre più simili, per fornire gusti preferenze formate dall’algoritmo. Un tempo si creavano andando in giro, leggendo, andando al cinema e ai concerti, vedendo altri umani. Ora non ci sono casi, scoperte, orrori, meraviglie. Per dire. Tutti insieme, quelli che vogliono vendermi qualcosa mi mostrano contenuti che considerano adatti a me. A una che segue politica, architettura, America e annunci immobiliari (e fin qui). Che è per la legalizzazione della cannabis e ama i cani e i bambini buffi. Così Instagram mi bombarda di account di fattone (per vendermi vaporizzatori e sementi), cani carini (per vendermi cose per cani), due-treenni sagaci (per vendermi le creme idratanti che usano le loro mamme; ora si idratano, più in là forse i figli le citeranno per danni e non se le potranno più permettere). E poi cerca di vendermi abbigliamento da coastal grandma, identificandomi come tardona liberal, anche se la stessa figlia a cui non ho regalato la maglietta sostiene che per qualificarsi bisogna avere grandi borse stilose, e io giro con marsupi da maschio etero che lavora col furgone. E insomma, è una profilazione realistica ma lascia fuori molti elementi. Mi fa evitare di cliccare quando il mio interesse è blando, e mi rende monotono lo scrolling, mi tiene prigioniera di una timeline di meme anti Trump, cuccioli, casali in svendita e mamme infami. Ma «questo uso del gusto che viene dalla Silicon Valley è solo pubbliche relazioni o un’operazione di marketing che dà una maschera di umanità all’automazione crescente?» , si chiedeva il Guardian qualche giorno fa. Di sicuro «non abbiamo più il potere di formare il nostro gusto perché non abbiamo più tempo». Il tempo morto per guardarsi intorno non c’è più, lo passiamo sul telefono. Forse per questo gli utenti più giovani e sgamati si allontanano (l’uso dei social ha raggiunto il picco nel 2023 poi è calato). E proclamano il 2026 “anno dell’analogico” (si vedrà); tra app che limitano l’uso, la riscoperta della carta e la fuga dalla pubblicità. Però è sempre più difficile formare il gusto girando per negozi, sono tutti uguali, e/o chiudono.