L’allarme parte a notte inoltrata. Giorgia Meloni viene avvisata dai suoi collaboratori: Donald Trump ha qualcosa da dire. Solo a metà mattinata si scopre cosa. «Meloni? Probabilmente è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a parlarle! Mi ha implorato di fare una foto, voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, mi ha fatto pena». Il presidente risponde al telefono al giornalista di La7 Daniele Compatangelo e si sfoga contro la (ex?) alleata italiana.

La telefonata e gli insulti Torna sul sofà di Évian-les-bains, al colloquio fugace tra i due leader a margine del G7 francese. Un colloquio forzato, accusa ora Trump, concesso «per pena». Quando l’intervista viene proiettata in diretta a L’Aria che tira Meloni si trova nel chiuso di una sessione intensa del Consiglio europeo sul prossimo budget comunitario. Abbandona la stanza dei ventisette, entra nella sala della delegazione italiana e accende la telecamera. È una furia. «Sono francamente allibita, non so perché il presidente americano si comporti così con i propri alleati, del resto non è la prima volta». Tailleur lilla indosso, telefono puntato in modalità selfie, la premier sale di decibel. «Dispiace non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente e con i nemici degli Stati Uniti, con leadership verso le quali si dimostra molto più accondiscendente». Il finale è a effetto, la voce torna soffusa, gli occhi fissi nell’obiettivo: «Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai». È uno scontro frontale. Senza precedenti, a onor di memoria. SCONTRO FRONTALE Meloni si confronta con Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario con delega al programma e responsabile della comunicazione. Concordano la linea: attaccare. Parte lui, il “Richelieu” e veterano di Fratelli d’Italia, con parole che segnano una cesura politica: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni sono solo l'ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei: non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa». Se non è una scomunica, ci assomiglia. E a parlare è un ex alfiere del trumpismo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti». Passano i minuti. Lo scontro dilaga e si fa strappo diplomatico. Antonio Tajani, sentita Meloni al telefono, annuncia il forfait al Business forum italo-americano in programma a Miami domani e martedì. Non era un viaggio qualunque, ma una missione delicata per rivedere dal vivo il segretario di Stato americano Marco Rubio e rammendare un rapporto ormai sfilacciato. Acqua passata: la premier ordina di disertare. «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia» annuncia via social il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia. Matteo Salvini posta su Instagram una foto con la leader di FdI il mare sullo sfondo: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». Perfino Roberto Vannacci fa quadrato: «Non accetto che si derida l’Italia e una presidente del Consiglio, che sia di destra o di sinistra». Non è finita. In serata arriva la controreplica di Trump. «Meloni? Lei era una grande sostenitrice. Ma non la voglio come fan, perché non c'era, né lei né la Nato, quando si trattava della questione dello Stretto» il nuovo affondo in un’intervista a Nbc. «NON FINISCE QUI» La premier era stata avvisata, dicevamo, di una imminente sortita di Trump. Accolta comunque nello sgomento generale dal team italiano impegnato nel Consiglio europeo. Quando abbandona l’Europa building nel primo pomeriggio, senza rilasciare dichiarazioni, Meloni ha il volto visibilmente turbato. È preoccupata. E lo confessa quasi a se stessa sospirando sul tappeto rosso, in attesa che il corteo di auto blindate parta alla volta dell’aeroporto. «Non finisce qui...» è il ragionamento condiviso dalla presidente del Consiglio con i suoi. Che provano a confortarla, a sminuire la crisi, riportando le impressioni raccolte da diverse delegazioni europee.«Trump? Ormai non è più lucido» riflettono, a microfoni rigorosamente spenti, diplomatici francesi, tedeschi, spagnoli. Non basta. Perché nella leader italiana si è fatta ormai spazio la consapevolezza che Trump non si può prevedere, né controllare. E sotto sotto a Palazzo Chigi temono, appunto, che non finisca qui. L’attacco di Trump, apparentemente improvviso, appare studiato e lucidamente premeditato a scorrere le trascrizioni dell’intervista a La7, come si affrettano a fare i collaboratori di Meloni. Interviene il “Var” e il risultato non conforta. Scorrendo la conversazione risulta evidente che Trump vuole parlare della sua ex alleata di ferro, ci tiene a “schernirla” per quel dialogo sul divanetto, a tu per tu, in una pausa dai lavori del G7 di Èvian. È un giallo il contenuto di quella chiacchierata. Da Palazzo Chigi spiegano: «Hanno parlato dei dossier nell’agenda del summit, dall’Ucraina ad Hormuz». Trump racconta apparentemente un dialogo vuoto, chiesto con insistenza dalla premier italiana per la photo opportunity del disgelo davanti alle telecamere. Bugie e invenzioni, spiegano da Roma. Non resta che la prossemica. Gesti, sguardi, accenni di labiale che raccontano un vis-a-vis sicuramente meno disteso e “naturale” dei tanti altri che lo hanno preceduto. Ora che fare? Meloni è per la linea dura. Senza scuse ufficiali - che non arrivano, anzi Trump rincara in serata - non sarà solo il Forum di Miami a saltare. A inizio luglio, il 4, per l’Indipendence day, è in programma la tradizionale festa dell’ambasciata americana a Roma. E c’è da scommettere che si faticherà non poco a scorgere ministri e prime file di Fratelli d’Italia, per non dire la premier, a calcare il tappeto rosso di Villa Taverna. UN CASO EUROPEO Al summit nella capitale belga il nuovo Trump-gate si prende la scena. Oscura le trattative-fiume su dossier di primo piano come l’adesione dell’Ucraina all’Ue, la scelta dell’inviato speciale per parlare con Kiev. I migranti, su cui Meloni ha un confronto schietto con il premier spagnolo Pedro Sanchez, reo di aver regolarizzato mezzo milione di irregolari, «un cattivo esempio, perché rischia di essere un pull factor per tutto il resto dell’Europa» lo bacchetta l’italiana. Ironia della sorte, o prodigio del trumpismo, Sanchez sarà tra i primi a offrire solidarietà in privato all’italiana per gli attacchi del Tycoon. Si accoda Emmanuel Macron, che si dice «molto sorpreso» dall’attacco personale del presidente americano. Convergenze parallele che portano dritte ad Antibes, al vertice intergovernativo del 25 giugno. Una giornata in Costa Azzurra da alleati. Per bisogno o per necessità.