Distinguere fra diritti sociali e diritti civili, è «una bestialità e una strumentalità», è una «bestialità» anche la cancellazione del reato di femminicidio pretesa dal generale Roberto Vannacci. «Quando si ragiona su questi reati, ci sono la logica proprietaria e i retaggi culturali di uomini che non si rassegnano alla libertà delle donne. Ed è il movente che va contrastato». E ancora «la remigrazione è una cazzata impraticabile», dice proprio così, scusandosi pudicamente per la parolaccia, «non sono termini che uso» aggiunge «in pubblico». È un Giuseppe Conte perfettamente a suo agio quello che sale sul palco della Croisette del villaggio Pride di Roma, alle Terme di Caracalla di Roma, con i fari arcobaleno che gli si incrociano sulla testa. Prima di accomodarsi soccorre un insetto che, spiega alla platea, si vuole suicidare sotto la sua poltrona.
È mercoledì sera, è la notte prima degli esami di maturità, in tutta la Capitale i morituri stanno cantando Venditti fuori dei loro istituti, lui racconta che quest’anno a casa ha la doppietta: tocca a suo figlio Niccolò e alla sua «figlioccia» Eva, nata da Olivia Paladino, la sua compagna.
La resistenza del Pride. «Sui diritti l’Italia non avanza ma regredisce»







