Questo articolo è stato pubblicato il 25 luglio 2014 nel numero1061 di Internazionale.

Leggere scrittori del nostro stesso paese è importante? Cambia davvero qualcosa se si legge un libro “nazionale” o un libro “straniero”?

In altre parole: quando scelgo un romanzo, agisco come un individuo isolato, un io assoluto e incondizionato che apre un testo letterario qualunque e dopo un paio d’ore decide se gli piace o no, senza essere minimamente influenzato dal fatto che il libro sia stato scritto a Manchester o a Melbourne o che io sia cresciuto a Gloucester o a Groznyj?

Con queste domande vorrei stabilire un contesto in cui inquadrare il recente dibattito sul programma per l’insegnamento della letteratura nelle scuole britanniche, dibattito che finora è rimasto invischiato nella sterile dicotomia che contrappone un presunto bieco nazionalismo (il ministro dell’istruzione Michael Gove insiste su Charles Dickens) a una presunta ragionevole apertura (lo scrittore Robert McCrum e i lettori del Guardian preferiscono lo statunitense John Steinbeck).

Intendo poi sostenere che già il solo fatto che questo dibattito abbia luogo indica un profondo cambiamento nel modo in cui la letteratura viene scritta e letta in tutto il mondo, un cambiamento che si riflette anche nella decisione di aprire il Man Booker prize a tutta la narrativa in lingua inglese, non solo a quella del Regno Unito e delle sue ex colonie.