Condannati in via definitiva. Per loro, il processo per lo stupro di due bambine finisce qui: restano in cella, dove dovranno scontare le loro condanne, nella speranza di una riabilitazione vera. Un punto fermo, quello pronunciato dalla Corte di Cassazione, che ha chiuso il processo a carico dei due maggiorenni che facevano parte del branco di Parco Verde. In sintesi, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dagli avvocati di Pasquale Mosca e di Giuseppe Varriale, per i quali dunque diventa definitiva la condanna pronunciata dalla Corte di Appello di Napoli: Mosca viene condannato a 13 anni e quattro mesi; mentre Varriale dovrà scontare una pena a otto anni e otto mesi. Caso chiuso, almeno per loro. Per gli altri componenti del branco che all’epoca erano minorenni (parliamo di almeno otto soggetti) ci sono state delle condanne superiori ai dieci anni, ma il verdetto non è ancora definitivo per tutti.
Il prequel Una vicenda per molti versi drammatica, che venne svelata da uno scoop de Il Mattino, con una inchiesta che ha avuto il merito di attirare l’attenzione istituzionale sulle condizioni di vita (e sulla speranza di riscatto) di un’intera comunità alle porte di Napoli. Ricordate il caso? Due cuginette (di 10 e di 12 anni) subivano violenze quotidiane, nei pressi di una zona un tempo usata per la raccolta dei rifiuti, ma anche all’interno di una struttura sportiva abbandonata. Omertà, degrado e indifferenza a fare da scudo al branco. Poi la svolta, stop alla congiura del silenzio. Inchiesta dei carabinieri, sotto il coordinamento della Procura per i Minori (guidata dalla procuratrice Patrizia Imperato) e della Procura di Napoli Nord (guidata dal procuratore Domenico Airoma e dall’aggiunto Maria Di Mauro), venne fuori un retroscena. Pensate, le due vittime erano costrette al silenzio, dietro la minaccia di divulgazione di video effettuati con un cellulare. E le indagini dei militari hanno poi confermato il racconto delle ragazzine: c’era addirittura chi creava una sorta di camera delle violenze all’interno di una struttura abbandonata; poi c’era chi faceva la vedetta, chi consumava gli abusi e chi filmava.Stupri di Caivano, messa alla prova di due anni anche per gli altri tre minorenni coinvoltiÈ stato un fratello di una delle due ragazzine a percepire quanto stava avvenendo e ad uscire allo scoperto: «Ho saputo che gira un video di omissis, bisogna interrompere il ricatto». Il resto è storia nota. Era il 31 agosto, quando il premier Giorgia Meloni decise di prendere parte al comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, in presenza dei vertici della magistratura, delle forze politiche e dello stesso parroco di Parco Verde don Maurizio Patriciello». Il modello Una svolta politica e amministrativa al tempo stesso. In pochi mesi, interventi di riqualificazione di aree abbandonate nei pressi di Parco Verde, ma anche un maggiore innesto di esponenti delle forze dell’ordine sul territorio. È il modello Caivano, con un intervento complesso nel contrasto all’illegalità: non solo arresti, ma anche prevenzione culturale, interventi formativi e lotta al degrado. Ma torniamo al verdetto della Cassazione, pronunciato lo scorso 17 giugno. Nel corso del procedimento, viene sottolineata anche la decisione delle giovani vittime di costituirsi parte civile, tramite i tutori, vale a dire gli avvocati Marco Buonocore e Mariateresa De Nicolo, che hanno conferito un mandato difensivo ad hoc alla penalista napoletana Manuela Palombi. È la scelta di dare forza alla denuncia, anche sulla scorta di un principio: la violenza subita da due bambine, in un contesto segnato anni prima dagli omicidi dei piccoli Antonio Giglio e Fortuna Loffredo non era e non poteva rimanere un fatto privato.






