In un Medio Oriente sull’orlo del precipizio, a frenare le ambizioni militari di Israele non sono i nemici di sempre, bensì il suo alleato più influente. L’amministrazione statunitense ha aperto una frattura rara e significativa con il governo di Gerusalemme, imponendo un deciso cambio di rotta nell’impiego della forza, in particolare nel delicato scenario libanese.
Il punto di svolta ruota attorno alla difesa del nuovo memorandum d’intesa di 60 giorni siglato tra Stati Uniti e Iran. Per tutelare questo accordo fragile, volto a riaprire lo Stretto di Hormuz e ad avviare un congelamento del programma nucleare di Teheran, la Casa Bianca ha tracciato pubblicamente precise linee rosse all’indirizzo di Israele.
I toni più duri sono arrivati dal vicepresidente JD Vance: “siete un Paese di nove milioni di abitanti, non potete uccidere per risolvere ogni problema di sicurezza nazionale”. In un’intervista al New York Times, Vance ha chiamato direttamente in causa la leadership israeliana e, in particolare, l’estrema destra rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. La critica americana è di natura strutturale: Washington contesta che uno Stato demograficamente contenuto possa fondare la propria sicurezza esclusivamente sull’eliminazione fisica delle minacce, senza offrire un’alternativa politica praticabile.












