PARIGI – L’edizione 2026 di VivaTech ci suggerisce uno scenario affascinante: questa non è più soltanto una fiera di tecnologia e innovazione. È anche una fiera politica.
Per la precisione, geopolitica.
E, forse, non è un caso che accada proprio qui, dove nel 1789 il Terzo Stato decise di rompere il duopolio del potere tra aristocrazia e clero. Alla fine, quando il terzo incomodo ritiene che il tavolo sia truccato, prova a cambiare le regole del gioco. O, almeno, ci prova.
Dieci anni dopo la sua nascita, l’Europa, tramite VivaTech, sembra voler interpretare proprio questo ruolo. Da una parte gli Stati Uniti, dominatori dell’intelligenza artificiale, del cloud e del venture capital (secondo diverse stime, negli investimenti globali sull’IA, due terzi del venture capital mondiale finisce in aziende americane). Dall’altra la Cina, forte di una filiera industriale che va dai chip alle terre rare, dove il dominio cinese arriva al 90% della raffinazione a livello mondiale (dati Agenzia internazionale dell'energia). In mezzo c’è l’Europa, che prova a ritagliarsi uno spazio tra i due giganti.
I numeri della manifestazione raccontano la crescita dell’ambizione. Lo scorso anno i visitatori furono 180 mila, con 14 mila startup presenti. Quest’anno la superficie espositiva è aumentata del 30%. Più aziende, più investitori, più conferenze.










